images/grafica/TESTATE_IUSVEDUCATION/EDITORIALE.png

Numero 13 - Luglio 2019

Anche questo numero di IUSVEducation si presenta con la sua usuale sfaccettatura.

Due contributi provengono da collaborazioni interpersonali ed accademiche dell’Istituto Salesiano (Mario Oscar Llanos e Federico Tonioni); sono relazioni chiave di incontri scientifici promossi dall’Istituto durante l’Anno Accademico 2017/2018. Il contributo di Sabino De Juan è il risultato di una ricerca condotta dai colleghi spagnoli. Altri due contributi sono il frutto della riflessione di docenti dello IUSVE (Mariano Diotto e Mario Bolzan). Un articolo è il lavoro di un dottore in Psicologia Clinica (già studente IUSVE) tratto dalla sua tesi magistrale: Enrico Orsenigo dimostra così la sua propensione alla ricerca e all’argomentazione e a partire da questo numero fa parte del comitato di redazione della rivista.

Il profondo contributo di Mario Oscar Llanos (Università Pontificia Salesiana di Roma) focalizza una tematica importante ed attuale per la comunità salesiana, per i centri ecclesiali e per tutti coloro che vi si impegnano e si ispirano ad essa (Docenti e centri universitari per i giovani studenti degli istituti pontifici): partendo dalla Veritatis Gaudium, nuovo documento di riferimento per l’azione educativa ed ecclesiale, il relatore traccia una panoramica sulla condizione giovanile emergente e, a partire dal Sinodo dei Giovani, indica i punti di riferimento per educatori e docenti inseriti nelle antinomie oggi vissute dai giovani. Un compito impegnativo ma ricco di sorprese, come si evince dal finale del contributo. Se questo cammino viene intrapreso si potrà giungere, per gli adulti, ad una revisione della propria vocazione personale, educativa e comunitaria (sempre dinamica) e pervenire ad una elaborazione di un laboratorio culturale di ricerca condivisa, per tutti.

Un argomento analogo, ma diverso nell’impostazione e nelle premesse, viene affrontato da Federico Tonioni (Policlinico Gemelli di Roma): Alterni destini di rabbia ed aggressività nei nuovi adolescenti. Nel contesto di un laboratorio e di un insegnamento proposto da due docenti dello IUSVE, lo spaccato di analisi offerto dal relatore pone l’accento sull’importante diffusione della tecnologia che, sembra, abbia semplificato molte operazioni e che ha portato all’abbattimento delle barriere geografiche. Tale processo offre però anche la possibilità di un luogo che si configura sempre più come meta del ritiro sociale; si parla infatti di ritiro sociale web-mediato. In questo spazio gli adolescenti si rifugiano ed incanalano la loro rabbia che altrimenti non sarebbero in grado di esternare e di gestire. Ciò può portare ad un incrementarsi dell’individualismo nonché della de-responsabilizzazione sociale, se questo status non viene controbilanciato da relazioni interpersonali positive, prime fra tutte quelle dei genitori (come sottolineato dal contributo di Bolzan in questa rassegna) e da quelle di figure non parentali di riferimento. Si sa ormai che gli individui chusi e autoreferenti nel loro io individuale e privato saranno più facilmente suscettibili ad essere manipolati, e quindi restii a forme di partecipazione e di autogoverno sui problemi reali della convivenza civille e delle relazioni interpersonali autentiche (è l’ipotesi dell’economista Jeremy Rifkin e del filosofo Charles Taylor). 


Di contro, Sabino de Juan (CES Don Bosco, Madrid), analizza il ruolo che la fiducia assume nella promozione e nella strutturazione di una cittadinanza attiva e democratica (Hacia una ciudadanía activa a través de la confianza). L’articolo attraversa con attenzione e sistematicità ‘luoghi’ e questioni emergenti, caratterizzate dalla complessità, sottolineando i diversi significati e sfumature della cittadinanza e della fiducia, sempre in costante relazione con un profilo di cittadino che fonda il suo essere nella dimensione di una umanità condivisa. Dice l’autore: in nessun senso la confidenza è data all’essere umano, se non l’impegno a costruirla, e questo è compito proprio degli educatori, a testimoniarla.

Mariano Diotto, introduce il lettore ad una recente interpretazione della relazione e dei contesti comunicativi. All'interno del neuromarketing l'autore esplora i significati e le funzioni del neurobranding, processo che induce decisioni di acquisto attraverso modalità legate alle neuroscienze, al marketing, all’advertising e alla semiotica. Rifacendosi ai lavori di António Rosa Damásio sulle basi neurali della cognizione e del comportamento (si cita: L'errore di Cartesio e Il sé viene alla mente) e gli studi sugli archetipi (Jung, Neumann e Hillman), Diotto riflette sulla morfologia del neurobranding. Quest'ultima sarebbe una disciplina che, facendo leva sulla chimica cerebrale e le radici psichiche arcaiche, si propone di traghettare dall'esterno le scelte dell'uomo. Continua a rimanere centrale, per chi scrive, anche un quesito legato all'antropologia del consumo: il neurobranding ha margine di funzionamento solo laddove gli umani hanno contribuito a crearlo?

Mario Bolzan e i suoi collaboratori (Università di Padova, IUSVE e Università di Pescara) presentano una ricerca (Genitori domani: Nuove prospettive e qualche provocazione) che evidenzia come l’impegno richiesto distintamente al padre ed alla madre, come ad  entrambi i genitori, sarà sempre più decisivo nel prossimo futuro. Gli esperti coinvolti nella ricerca confermano, ancora una volta, come affermato a suo tempo da parte di autorevoli psicologi e pedagogisti, che le problematiche connesse alle relazioni padre/figli, madre/figli, genitori/figli sono destinate ad assumere una maggior importanza e visibilità di quanto finora percepito. D’altra parte tale peculiarità è una componente ormai imprescindibile della società postmoderna: l’importanza della relazione può essere sviluppata sia in senso positivo, come rafforzamento della propria identità, sia in senso negativo, come manipolazione delle coscienze (con le derive di cui si è visto a proposito del contributo di Tonioni), in un contesto in cui l’approccio relazionale è sempre più finalizzato a scopi pubblicitari e a condizionare scelte e consumi.

Nell’articolo proposto vi sono interessanti riflessioni e considerazioni basate su quanto è emerso dalla ricerca (attraverso indagini campionarie nazionali ed internazionali): da questo punto di vista l’approccio Delphi, a detta dei ricercatori, è stato utile e congruente.

In effetti la problematica non è nuova. La valenza di questo studio sta nel suo processo di indagine e nel suo rigore metodologico, lasciando pertanto spazio ad una rinnovata configurazione dell’essere genitori e figli e quindi ad una maggiore saldezza nella propria coscientizzazione critica e nei propri legami affettivi. Non esiste infatti, per chi scrive, una autonomia assoluta: si potrebbe dire che la vera autonomia è il frutto della gestione sostenibile delle proprie dipendenze, intellettive ed emozionali.

Enrico Orsenigo (Scenari dell’Altro: posizione, funzione, traiettoria) svolge il suo cammino di impronta storica, epistemologica e psicologica intorno a questa vexata (ed attuale) quaestio attraverso una rigorosa disamina dei suoi significati ed implicazioni per arrivare ad un excursus finale ricco di intuizioni di ricerca: l’essere umano si presenta, ed è, come un essere misterioso e perturbante; questo non esime Hard and Soft Sciences dal tentare di spiegarlo, ma resta comunque una certa «resistenza del punto interrogativo» che induce l’uomo non a pensare di avere la verità ma di strenuamente cercarla.

Alcune recensioni (scritte da studenti magistrali e da neolaureati dell’Istituto) chiudono il volume: fra esse c’è da segnalare l’intervento di Cristian Vecchiet, docente del Dipartimento di Pedagogia, che illustra con acume e competenza l’uscita di una interessante pubblicazione a firma di Monsignor Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana, sul futuro della nostra democrazia.

Un’ultima osservazione: alcuni contributi presenti in questo numero presentano i riferimenti bibliografici secondo la procedura anglosassone e non con le note a pié pagina, come d’uso in questa rivista. Come Comitato di Redazione si è ritenuto di lasciare inalterate le versioni ricevute, rispettando le modalità di organizzazione e di esposizione dei singoli autori, anche rispetto alle particolari aree di ricerca e alle discipline di provenienza.
Infine, ringrazio tutti i collaboratori della rivista (in primo luogo il preside, prof. Salatin e don Nicola Giacopini) perché dopo sei anni di pubblicazione siamo riusciti a rispettare le scadenze semestrali di uscita.

Buona lettura.

Numero 12 - Dicembre 2018

Questo numero di IUSVEducation si presenta diviso in due parti: la prima contiene gli Atti del convegno annuale tenuto presso lo Iusve nell’aprile del 2018, dal titolo: Giovani, nuova economia e lavoro mentre la seconda sezione riporta alcuni contributi in miscellanea.

Centrale, al convegno, è stata la relazione chiave di Klaus Zumwinkel, dal titolo A good disruption: the circular economy. Inserite in un contesto assai problematico, le osservazioni del relatore hanno riguardato la critica al modello di crescita attuale che ha avuto i suoi prodromi al sorgere della Modernità. Il paradossale titolo si riferisce a quello che il relatore individua come una ‘distruzione preannunciata’ che non è solamente negativa ma che può essere foriera a nuovi approcci economici di sviluppo, sottesi all’ipotesi proposta di una economia circolare. Sono i temi a suo tempo affrontati da questa rivista nel n. 3 di luglio 2014 (Abitare il futuro. Nuove prospettive per uno sviluppo equo e sostenibile). Klaus Zumwinkel ne rinnova il discorso e l’analisi, rivolgendosi alle responsabilità personali e collettive di ciascuno, come se dicesse, riferendosi ad un famoso detto tratto dalla favolistica classica (ripreso anche da Paolo Borsellino) : «Ognuno deve fare la sua parte».

La relazione di Davide Girardi (Giovani e lavoro: un investimento importante) ) ha presentato i risultati di una indagine sugli studenti Iusve in rapporto ai significati associati al lavoro. I risultati sono utili ed interessanti e sottolineano come nei soggetti non ci sia «traccia di un disinvestimento simbolico» rispetto al lavoro, dimostrando come gli studenti Iusve continuino a pensare in prospettiva in termini strategici.

A confronto si pongono le riflessioni di Fabio Poles (Giovani, nuova economia e lavoro) sulle problematicità e le idiosincrasie dell’attuale mercato del lavoro: ambedue i contributi gettano maggior luce su un problema chiave della società italiana.

Gli interventi di Anna Pileri, Giovanna Bandiera e Christian Crocetta riportano alcune esperienze e testimonianze di studenti e persone che lavorano in ambiti educativi e comunicativi e seguono alcuni progetti di ricerca dello Iusve.

L’articolo di Lino Rossi (Psicoanalisi/Etnopsicoanalisi. Contributo alla genealogia di un sapere antropologico), a sua volta, focalizza una tematica estremamente interessante, specificata nell’ipotesi di partenza e ben argomentata nel denso e strutturato articolo. Dice l’autore: «[…] non esiste una psicoanalisi se non come etnopsicoanalisi; un sapere unitario quando è rivolto al soggetto, all’essere umano, ma plurale, nel suo cogliere l’espressione fenomenologica dei costrutti umani, all’interno di ogni datità culturale. Una datità che si pone in netta contrapposizione con un Reale Unico, si potrebbe dire legato a culture precostituite, ma orientato a cogliere la fenomenologia culturale come pluralità cangiante, meta-identitaria e postmoderna. In ogni caso il Reale è pluriverso, ma non per questo l’uomo si contrappone ad esso con strumenti di apertura universali e comuni».

Arduino Salatin (La ‘voce’ dei giovani e le nuove politiche sociali: sfide e prospettive) riprende un concetto/dimensione già avanzata in altri appuntamenti scientifici e che si presenta di estrema attualità: «dare voce ai giovani». Il termine voice viene esplorato in alcune sue importanti implicazioni investendo altresì le politiche sociali e i servizi di Welfare (processi dall’alto) insieme ai contesti educativi e alle richieste emergenti dal basso, ad essi più o meno correlate.

Il contributo di Roberto Albarea (La fiducia nella relazione educativa) si propone di mostrare come un ambiente di fiducia caratterizzato da numerosi tratti, sia la condizione per ‘fare comunità’ e condivisione nel processo di formazione dell’identità, soffermandosi in particolare sulla dimensione dell’ascolto, della narrazione, del «mettersi alla prova», oltre che su alcuni criteri di autoformazione guidata (Bertrand Schwartz).

Come tradizione ormai assodata della rivista, il numero termina con l’articolo di Enrico Scalabrin dal titolo: HR4. L’era digitale e la gestione delle Risorse Umane, il quale sottolinea la forza dirompente del digitale (si preferisce usare qui la lingua italiana, escludendo i ricorsi agli anglicismi), la quale mette in discussione i vecchi sistemi di organizzazione e gestione del lavoro. I nuovi potenti mezzi, si evince dall’articolo, presentano molti vantaggi ma indubbiamente essi si accompagnano a problemi di rilevanza non solo aziendale ma anche sociale, su cui occorre riflettere per conservare un certo atteggiamento critico e una posizione etica, tipica delle istituzioni salesiane.

Giuseppe O. Longo, teorico dell’informazione, epistemologo, cibernetico e docente all’Università di Trieste, nonché scrittore (che il sottoscritto ha avuto l’onore di conoscere ad un convegno internazionale) dice che la tecnologia non ha fretta, è ansiosa di correre ed avanzare, chiede sempre più incessantemente alla scienza risposte da utilizzare immediatamente per i propri scopi; mentre il pensiero scientifico per sua natura è cauto, riflessivo, indagatore, ha bisogno di tempi per esplorare, validare o confermare una qualche linea di ricerca. Ecco: dovremmo essere un po’ meno ‘tecnologici’ e un po’ più ‘scientifici’.

Alcune recensioni chiudono il volume.

L’educazione, come si sa, è un evento sociale e inter-intra-personale complesso, polimorfo e pluri-prospettico: questo numero ne dà testimonianza partendo dal fil rouge della visione del futuro per giungere a tematiche più circoscritte, ma sempre percorse dal medesimo afflato valoriale e pedagogico.

Numero 11 - Giugno 2018

Alcune delucidazioni sul contesto in cui vanno inseriti gli articoli di questo numero.

Gli autori di due di essi (Vannini e Meneghetti) appartengono al Dipartimento di Scienze e Tecnologie della Comunicazione dello Iusve.

Giovanni Vannini (Digitale e consapevole: educatori e infrastrutture educative per il XXI secolo) partendo da una panoramica complessa del digitale: open source, virtuale, realtà aumentata, connettività, dispositivi mobili, rete, robotica, social media, pericoli e intrusioni varie (hackers) affida all’educazione un grave ed epocale compito: niente di nuovo si direbbe, ma questo lo dice non un pedagogista o un insegnante, né un educatore, ma un esperto dei media, avvalorando ancora di più l’ipotesi che solo con la consapevolezza e la padronanza (competenza?) si possono gestire le illusioni e le deviazioni, nonché le potenzialità del digitale. Si afferma così, ancora una volta di più, l’importanza dell’‘effetto San Matteo’ che rappresenta il secondo divario digitale. Norberto Bottani, ricercatore internazionale (OCSE e CNR, a Ginevra), rifacendosi alla parabola riportata dal Vangelo di Matteo, dice a proposito dell’uso delle tecnologie che «ogni nuova risorsa viene ripartita in proporzione a quanto già si possiede». Questo significa che chi possiede già dotazioni culturali (le tradizionali capacità sviluppate in famiglia e a scuola) sarà maggiormente in grado di padroneggiare e gestire in senso critico le potenzialità della tecnologia mentre chi non avrà adeguate situazioni di partenza e gli strumenti culturali ‘tradizionali’, per impiegarla in modo significativo, sarà assorbito e strumentalizzato dalla stessa. Quindi lasciare spazio alla lettura, allo studio (nelle sue molteplici varianti), all’osservazione, e così via, per avventurarsi, non prima, nel mondo della rete. Questo discorso porta immancabilmente verso una prospettiva di esercizio della cittadinanza (non solo digitale).

Carlo Meneghetti (La persona sempre al centro, una prospettiva della teologia della comunicazione) ha evidenziato alcune caratteristiche dell’insegnamento di Teologia della comunicazione, di cui è docente allo Iusve. Partendo dalla relazione educativa e dall’esperienza vissuta da parte degli studenti, egli ne illustra i cinque fondamenti: porre la persona al centro (secondo l’ottica personalistica e salesiana) considerando come la comunicazione, in ogni momento, abbia il compito di legare, avvicinare, incontrare l’altro e l’altrove; progettare ‘qui e ora’, proponendo l’analisi e la produzione di percorsi che siano legati al tempo presente, considerando ogni atto educativo-comunicativo da porre in atto, per entrare in relazione e in ‘comunione’; vedere la TdC come terreno fertile di incontro tra le varie discipline, come opportunità per rapportarsi ad ogni età della vita e luogo che permette di proiettarsi oltre l’orizzonte del ‘si è sempre fatto così’; permettere allo studente di trarre spunto dal suo bagaglio culturale-culturale per personalizzare il suo percorso identitario; infine rendere la disciplina un topos di riflessione per una professione (quella relativa all’ampio spettro sorto dalle tecnologie dell’informazione e comunicazione) che continuamente rischia di conformarsi a creatività pubblicitarie spersonalizzanti e ad adagiarsi su espressioni standardizzate. Insomma, un supplemento d’anima (come diceva Henri Bergson) in un ambito fortemente condizionato dal tempo presente.

Manuela Paiusco (Complessità nella sfera degli apprendimenti scolastici o ‘semplificazione’ istituzionale?) psicologa e psicoterapeuta, facendo tesoro della sua prolungata esperienza in una équipe multiprofessionale, nell’ambito dei servizi publici di consulenza relativi alla famiglia, alla scuola di ogni ordine e grado e all’età evolutiva, sottolinea come le richieste manifeste di intervento, legate a problemi/disturbi di apprendimento, siano state sempre elevate, ma che in questi ultimi anni si sia giunti a picchi estremamente preoccupanti. Da qui, l’articolo cerca di analizzare lo stato attuale del Servizio territoriale di Neuropsichatria Infantile, il quale si trova di fronte alle variegate espressioni del ‘disagio scolatico’ (suddivise in tre macro-aree). È importante farne un attento monitoraggio, il quale deve condurre a prefigurare cambiamenti profondi a livello istituzionale nei rapporti tra realtà scolastica e sanitaria, concentrandosi primariamente sulla maggiore diffusione delle difficoltà a livello scolastico, fenomeno questo che non può prescindere da una riflessione sul vasto mondo della conoscenza e degli apprendimenti.

Mara Giglio del Dipartimento di Psicologia dello Iusve (L’organizzazione irrazionale tra limiti, buoni auspici e possibilità) affronta un tema di estrema delicatezza ed importanza. Partendo dal paradigma relativo alle organizzazioni complesse, l’autrice fa emergere l’ipotesi sottostante al suo lavoro: e cioè che, utilizzando approcci provenienti dalla psicologia clinica – con l’auspicio di uno sguardo multidisciplinare di ampio respiro – sia concretamente possibile, da parte di tutti gli attori organizzativi, contribuire allo sviluppo di un’organizzazione più consapevole, ritrovando con ciò significato e collocazione personali all’interno di un’esperienza quotidiana di lavoro permeata da fenomeni irrazionali (si tratta del concetto di interpenetrazione che sta alla base dell’approccio sistemico). Si capisce dall’intero contributo, e soprattutto dalle sue conclusioni, a proposito del rapporto tra leader e collaboratori, che la questione acquista un duplice carattere. Il primo è quello relativo all’efficienza organizzativa: collaboratori che non abbiano sufficiente libertà di movimento e che siano completamente subordinanti e acquiescenti al potere del leader non funzionano e ledono le stesse relazioni interpersonali all’interno del sistema; il secondo è esplicitato dall’autrice: si tratta della questione attinente l’etica del lavoro, la quale dovrebbe accordare i bisogni dell’individuo con quelli dell’organizzazione. Senza libertà di azione e senza fiducia reciproca non esiste organizzazione che abbia vita lunga.

Come d’uso, la rivista ospita anche contributi particolarmente rilevanti di laureati presso l’Istituto: è la volta di Luciana Laurora, la quale presenta l’articolo (tratto dalla tesi della stessa, relatore il prof. Mario Magrini, psicoterapeuta e docente a Psicologia), dal titolo: Maternità e gravidanza. Analisi psicodinamica dell’esperienza procreativa. La maternità rappresenta una chiave di volta per la realizzazione dell’identità femminile (vedi il numero scorso della rivista che contiene gli Atti del convegno 2017 su: Giovani e identità: costruzioni del sé e nuove relazioni). Vi vengono analizzati processi antinomici: l’Io corporeo-psichico della donna tiene le redini di questa esperienza oscillando tra le polarità di unione e separazione, attività e passività, sacrificio masochistico e affermazione aggressiva di sé, ritenzione ed espulsione. Qualcosa su cui riflettere, non solo come professionisti.

Particolarmente intessante, con alcuni elementi indubbbiamente originali, si presenta il contributo di Daniele Callini (Iusve) e Anita Felisatti in cui, si può dire, si prospetta un nuovo tipo di paradigma: il confine (il Border) che separa e, al contempo, favorisce il passaggio dalla ricerca-azione alla ricerca-formazione, dimostrando come le ricerche più proficue che si sviluppino sono quelle che non si chiudono nei propri ambiti epistemologici, ma si aprono a collaborazioni diverse (la ‘vecchia’ lezione di Carmela Metelli di Lallo): in questo caso tra un sociologo dell’educazione e una psicologa. In due parole: è la conoscenza e l’azione che si riuniscono nella formazione dell’identità indidividuale e collettiva del Sé (è la cosiddetta autovalutazione, già sottolineata da Jerome Bruner, in The Culture of Education, Cambridge, Mass., 1996). Un approccio gravido di indicazioni teoriche e pragmatiche.

Il gruppo di ricerca composto da Andrea Porcarelli (Unipd), Gabriella Giulia Pulcini, Mauro Angeletti e Valeria Polzonetti (Unica) fa una analitica ricerca sugli strumenti per l’orientamento universitario, fornendo altresí i risultati di una sperimentazione sul campo. Si tratta del questionario denominato CAMEA40 (2014), per la prima volta impiegato in Italia, il quale ha lo scopo di rendere lo studente consapevole del suo modo di procedere per apprere ed indirizzarlo al miglioramento di quelle competenze trasversali che lo rendono capace di ‘imparare ad imparare’. Vengono esplorati gli stili di apprendimento, focalizzanosi sugli aspetti metacognitivi, avvicinandosi a introdurre la conoscenza della conoscenza (una variante, se si vuole, della epistemologia classica) riferita a quegli studenti che, nello scegliere progetti di vita, lavorativa e non, vogliono conoscere meglio se stessi. Il contributo afferma come ci si rivolga: «a quegli studenti universitari dei corsi scientifici che restano orfani, rispetto agli studenti dei corsi umanistici, di un’occasione per apprendere la natura della conoscenza e il modo in cui essa avviene».

Ottimo intento, si potrebbe ipotizzare un analogo tentativo (operazione inversa o simile) verso quegli studenti dei corsi umanistici, elaborata ovviamente su altre basi.

Alla fine, tutti i contributi cercano di ‘aggredire’ la società dell’incertezza da varie angolazioni, proponendo diversi e peculiari canoni, così come avviene oggi nelle società tardo-moderne e pluralistiche. Al di là delle spiegazioni lineari e ottimistiche di stampo ottocentesco, sembra che la crisi del principio di razionalizzazione, l’abbandono delle grandiose prescrizioni circa il futuro, prossimo e lontano, nonché l’importanza riconosciuta delle dinamiche interpersonali nei diversi contesti nelle organizzazioni, abbiano condotto ad assumere approcci più cauti nei confronti dei cambiamenti, così che il paradigma ‘costruttivo’ della modernità non si accompagni alla esasperazione dei suoi elementi distruttivi, in un corto-circuito di progresso e regresso, come ha sottolineato Claudio Magris in Utopia e disincanto, (Garzanti, 1999). Ma, per chi scrive, non è detto che non si possa lavorare anche sulle irrazionalità, non escludendole, cosa improponibile, ma recependone la carica positiva e filtrandole in una oculata gestione. Da alcuni anni, infatti, si parla in ambito anglosassone di Transitologies, di Rules of Chaos, nei sistemi educativi e, per converso, nel sociale (Robert Cowen), di gestione della instabilità nelle Late Modern Societies (vedi la recensione su Tenersi nell’instabile, in questo numero) in modo che si tengano maggiormente presente i comportamenti e le decisioni umane segnate dai paradossi, dall’irrazionalità (sia apparente che sostanziale), dalle antinomie, dall’umorismo (come fa Tomasin).

Rilevante, pur nella sua sinteticità, la testimonianza di Olga Bombardelli (Unitn), relativa ad una sua partecipazione al convegno internazionale, ad Astana, nel Kazakistan, dal titolo: Lifelong education: continuous education for sustainable development (da leggere tenendo conto del contesto, quasi sconosciuto per noi occidentali).

Alcune recensoni completano il tour della rivista.

Buona lettura.