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Numero 11 - Giugno 2018

Alcune delucidazioni sul contesto in cui vanno inseriti gli articoli di questo numero.

Gli autori di due di essi (Vannini e Meneghetti) appartengono al Dipartimento di Scienze e Tecnologie della Comunicazione dello Iusve.

Giovanni Vannini (Digitale e consapevole: educatori e infrastrutture educative per il XXI secolo) partendo da una panoramica complessa del digitale: open source, virtuale, realtà aumentata, connettività, dispositivi mobili, rete, robotica, social media, pericoli e intrusioni varie (hackers) affida all’educazione un grave ed epocale compito: niente di nuovo si direbbe, ma questo lo dice non un pedagogista o un insegnante, né un educatore, ma un esperto dei media, avvalorando ancora di più l’ipotesi che solo con la consapevolezza e la padronanza (competenza?) si possono gestire le illusioni e le deviazioni, nonché le potenzialità del digitale. Si afferma così, ancora una volta di più, l’importanza dell’‘effetto San Matteo’ che rappresenta il secondo divario digitale. Norberto Bottani, ricercatore internazionale (OCSE e CNR, a Ginevra), rifacendosi alla parabola riportata dal Vangelo di Matteo, dice a proposito dell’uso delle tecnologie che «ogni nuova risorsa viene ripartita in proporzione a quanto già si possiede». Questo significa che chi possiede già dotazioni culturali (le tradizionali capacità sviluppate in famiglia e a scuola) sarà maggiormente in grado di padroneggiare e gestire in senso critico le potenzialità della tecnologia mentre chi non avrà adeguate situazioni di partenza e gli strumenti culturali ‘tradizionali’, per impiegarla in modo significativo, sarà assorbito e strumentalizzato dalla stessa. Quindi lasciare spazio alla lettura, allo studio (nelle sue molteplici varianti), all’osservazione, e così via, per avventurarsi, non prima, nel mondo della rete. Questo discorso porta immancabilmente verso una prospettiva di esercizio della cittadinanza (non solo digitale).

Carlo Meneghetti (La persona sempre al centro, una prospettiva della teologia della comunicazione) ha evidenziato alcune caratteristiche dell’insegnamento di Teologia della comunicazione, di cui è docente allo Iusve. Partendo dalla relazione educativa e dall’esperienza vissuta da parte degli studenti, egli ne illustra i cinque fondamenti: porre la persona al centro (secondo l’ottica personalistica e salesiana) considerando come la comunicazione, in ogni momento, abbia il compito di legare, avvicinare, incontrare l’altro e l’altrove; progettare ‘qui e ora’, proponendo l’analisi e la produzione di percorsi che siano legati al tempo presente, considerando ogni atto educativo-comunicativo da porre in atto, per entrare in relazione e in ‘comunione’; vedere la TdC come terreno fertile di incontro tra le varie discipline, come opportunità per rapportarsi ad ogni età della vita e luogo che permette di proiettarsi oltre l’orizzonte del ‘si è sempre fatto così’; permettere allo studente di trarre spunto dal suo bagaglio culturale-culturale per personalizzare il suo percorso identitario; infine rendere la disciplina un topos di riflessione per una professione (quella relativa all’ampio spettro sorto dalle tecnologie dell’informazione e comunicazione) che continuamente rischia di conformarsi a creatività pubblicitarie spersonalizzanti e ad adagiarsi su espressioni standardizzate. Insomma, un supplemento d’anima (come diceva Henri Bergson) in un ambito fortemente condizionato dal tempo presente.

Manuela Paiusco (Complessità nella sfera degli apprendimenti scolastici o ‘semplificazione’ istituzionale?) psicologa e psicoterapeuta, facendo tesoro della sua prolungata esperienza in una équipe multiprofessionale, nell’ambito dei servizi publici di consulenza relativi alla famiglia, alla scuola di ogni ordine e grado e all’età evolutiva, sottolinea come le richieste manifeste di intervento, legate a problemi/disturbi di apprendimento, siano state sempre elevate, ma che in questi ultimi anni si sia giunti a picchi estremamente preoccupanti. Da qui, l’articolo cerca di analizzare lo stato attuale del Servizio territoriale di Neuropsichatria Infantile, il quale si trova di fronte alle variegate espressioni del ‘disagio scolatico’ (suddivise in tre macro-aree). È importante farne un attento monitoraggio, il quale deve condurre a prefigurare cambiamenti profondi a livello istituzionale nei rapporti tra realtà scolastica e sanitaria, concentrandosi primariamente sulla maggiore diffusione delle difficoltà a livello scolastico, fenomeno questo che non può prescindere da una riflessione sul vasto mondo della conoscenza e degli apprendimenti.

Mara Giglio del Dipartimento di Psicologia dello Iusve (L’organizzazione irrazionale tra limiti, buoni auspici e possibilità) affronta un tema di estrema delicatezza ed importanza. Partendo dal paradigma relativo alle organizzazioni complesse, l’autrice fa emergere l’ipotesi sottostante al suo lavoro: e cioè che, utilizzando approcci provenienti dalla psicologia clinica – con l’auspicio di uno sguardo multidisciplinare di ampio respiro – sia concretamente possibile, da parte di tutti gli attori organizzativi, contribuire allo sviluppo di un’organizzazione più consapevole, ritrovando con ciò significato e collocazione personali all’interno di un’esperienza quotidiana di lavoro permeata da fenomeni irrazionali (si tratta del concetto di interpenetrazione che sta alla base dell’approccio sistemico). Si capisce dall’intero contributo, e soprattutto dalle sue conclusioni, a proposito del rapporto tra leader e collaboratori, che la questione acquista un duplice carattere. Il primo è quello relativo all’efficienza organizzativa: collaboratori che non abbiano sufficiente libertà di movimento e che siano completamente subordinanti e acquiescenti al potere del leader non funzionano e ledono le stesse relazioni interpersonali all’interno del sistema; il secondo è esplicitato dall’autrice: si tratta della questione attinente l’etica del lavoro, la quale dovrebbe accordare i bisogni dell’individuo con quelli dell’organizzazione. Senza libertà di azione e senza fiducia reciproca non esiste organizzazione che abbia vita lunga.

Come d’uso, la rivista ospita anche contributi particolarmente rilevanti di laureati presso l’Istituto: è la volta di Luciana Laurora, la quale presenta l’articolo (tratto dalla tesi della stessa, relatore il prof. Mario Magrini, psicoterapeuta e docente a Psicologia), dal titolo: Maternità e gravidanza. Analisi psicodinamica dell’esperienza procreativa. La maternità rappresenta una chiave di volta per la realizzazione dell’identità femminile (vedi il numero scorso della rivista che contiene gli Atti del convegno 2017 su: Giovani e identità: costruzioni del sé e nuove relazioni). Vi vengono analizzati processi antinomici: l’Io corporeo-psichico della donna tiene le redini di questa esperienza oscillando tra le polarità di unione e separazione, attività e passività, sacrificio masochistico e affermazione aggressiva di sé, ritenzione ed espulsione. Qualcosa su cui riflettere, non solo come professionisti.

Particolarmente intessante, con alcuni elementi indubbbiamente originali, si presenta il contributo di Daniele Callini (Iusve) e Anita Felisatti in cui, si può dire, si prospetta un nuovo tipo di paradigma: il confine (il Border) che separa e, al contempo, favorisce il passaggio dalla ricerca-azione alla ricerca-formazione, dimostrando come le ricerche più proficue che si sviluppino sono quelle che non si chiudono nei propri ambiti epistemologici, ma si aprono a collaborazioni diverse (la ‘vecchia’ lezione di Carmela Metelli di Lallo): in questo caso tra un sociologo dell’educazione e una psicologa. In due parole: è la conoscenza e l’azione che si riuniscono nella formazione dell’identità indidividuale e collettiva del Sé (è la cosiddetta autovalutazione, già sottolineata da Jerome Bruner, in The Culture of Education, Cambridge, Mass., 1996). Un approccio gravido di indicazioni teoriche e pragmatiche.

Il gruppo di ricerca composto da Andrea Porcarelli (Unipd), Gabriella Giulia Pulcini, Mauro Angeletti e Valeria Polzonetti (Unica) fa una analitica ricerca sugli strumenti per l’orientamento universitario, fornendo altresí i risultati di una sperimentazione sul campo. Si tratta del questionario denominato CAMEA40 (2014), per la prima volta impiegato in Italia, il quale ha lo scopo di rendere lo studente consapevole del suo modo di procedere per apprere ed indirizzarlo al miglioramento di quelle competenze trasversali che lo rendono capace di ‘imparare ad imparare’. Vengono esplorati gli stili di apprendimento, focalizzanosi sugli aspetti metacognitivi, avvicinandosi a introdurre la conoscenza della conoscenza (una variante, se si vuole, della epistemologia classica) riferita a quegli studenti che, nello scegliere progetti di vita, lavorativa e non, vogliono conoscere meglio se stessi. Il contributo afferma come ci si rivolga: «a quegli studenti universitari dei corsi scientifici che restano orfani, rispetto agli studenti dei corsi umanistici, di un’occasione per apprendere la natura della conoscenza e il modo in cui essa avviene».

Ottimo intento, si potrebbe ipotizzare un analogo tentativo (operazione inversa o simile) verso quegli studenti dei corsi umanistici, elaborata ovviamente su altre basi.

Alla fine, tutti i contributi cercano di ‘aggredire’ la società dell’incertezza da varie angolazioni, proponendo diversi e peculiari canoni, così come avviene oggi nelle società tardo-moderne e pluralistiche. Al di là delle spiegazioni lineari e ottimistiche di stampo ottocentesco, sembra che la crisi del principio di razionalizzazione, l’abbandono delle grandiose prescrizioni circa il futuro, prossimo e lontano, nonché l’importanza riconosciuta delle dinamiche interpersonali nei diversi contesti nelle organizzazioni, abbiano condotto ad assumere approcci più cauti nei confronti dei cambiamenti, così che il paradigma ‘costruttivo’ della modernità non si accompagni alla esasperazione dei suoi elementi distruttivi, in un corto-circuito di progresso e regresso, come ha sottolineato Claudio Magris in Utopia e disincanto, (Garzanti, 1999). Ma, per chi scrive, non è detto che non si possa lavorare anche sulle irrazionalità, non escludendole, cosa improponibile, ma recependone la carica positiva e filtrandole in una oculata gestione. Da alcuni anni, infatti, si parla in ambito anglosassone di Transitologies, di Rules of Chaos, nei sistemi educativi e, per converso, nel sociale (Robert Cowen), di gestione della instabilità nelle Late Modern Societies (vedi la recensione su Tenersi nell’instabile, in questo numero) in modo che si tengano maggiormente presente i comportamenti e le decisioni umane segnate dai paradossi, dall’irrazionalità (sia apparente che sostanziale), dalle antinomie, dall’umorismo (come fa Tomasin).

Rilevante, pur nella sua sinteticità, la testimonianza di Olga Bombardelli (Unitn), relativa ad una sua partecipazione al convegno internazionale, ad Astana, nel Kazakistan, dal titolo: Lifelong education: continuous education for sustainable development (da leggere tenendo conto del contesto, quasi sconosciuto per noi occidentali).

Alcune recensoni completano il tour della rivista.

Buona lettura.

Numero 10 - Dicembre 2017

Sono molto contento, e con me il comitato di redazione e lo IUSVE stesso, di presentare gli Atti del Convegno annuale dell’Istituto, Giovani e identità: costruzione del sé e nuove relazioni, che si è tenuto il primo aprile 2017.
Il convegno ha visto la partecipazione di trecento persone durante i lavori della mattinata e la presenza di circa un centinaio di studenti nei gruppi di studio del pomeriggio. Nonostante l’affluenza degli studenti ai suddetti seminari non sia stata così massiccia, tuttavia i risultati emersi e soprattutto l’atmosfera che si è creata durate la presentazione e la discussione dei vari temi proposti nei gruppi è stata importante: una sorta di autoformazione pervasiva. L’interazione tra docenti e studenti è stata assolutamente positiva, sulla scia del messaggio salesiano: infatti c’è stato l’apporto degli studenti verbalisti e alcuni di essi hanno collaborato con i docenti coordinatori dei gruppi nella stesura delle relazioni.
Alcuni giornali del territorio hanno dato dovuta risonanza al tema affrontato dall’incontro di studio.


Ma ora, alcuni accenni sulle relazioni del mattino.
Di notevole levatura scientifica la relazione d’apertura di Davide Zoletto (Sguardi incrociati su identità e alterità) il quale, prendendo stimolo dalla ricerca pedagogica contemporanea, ha delineato il suo focus d’attenzione sul paradigma della pluralità e della complessità, paradigma che non si lascia leggere ed interpretare secondo una unica chiave di lettura: si evince come la formazione dell’identità giovanile (ma non solo quella) sia il frutto di una delicata elaborazione di interazione fra diverse componenti. Facilitare questo ‘gioco’ che si svolge su diversi piani ed implica diverse prassi è compito dell’educazione. La riflessione di Zoletto è stata così interessante perché ha saputo conciliare due polarità antinomiche: il rigore dell’analisi con gli esempi di pratiche sul campo.


Anche i contributi dei tre Dipartimenti che costituiscono lo IUSVE si sono distinti per l’incidenza delle tematiche trattate. Marco Scarcelli (Identità e media digitali) focalizza la propria attenzione sui mutamenti intervenuti nell’identità giovanile seguito delle influeunze esercitate dai media digitali sottolineando come Internet fornisca agli adolescenti le risorse (positive o negative che siano) per esplorare l’identità, le emozioni e la sessualità e per instaurare relazioni con gli altri; l’appartenenza a queste reti costituisce una fonte di rassicurazione (non scevra di preoccupazioni di ordine educativo) così che si formano culture giovanili che rivedono le forme di socialità, di consumo e di creatività in nuovi spazi ibridi di espressione, i quali abbandonano gli schemi tradizionali (STC); Catia Martorello (Identità: la sofferenza del conflitto tra essere e dover essere) indaga la dimensione della fatica e della sofferenza nella formazione dell’identità, vista a tutt’oggi più come fluidità che non come stabilità, nello sforzo di dare un senso continuo al proprio essere, sforzo e senso che implicano anche un certo grado di riconoscibilità e specificità (verso gli altri e verso se stessi) (PSE); Beatrice Saltarelli (L’università: luogo di identità e apprendimento) affronta la tematica dell’identità vista come un processo dialogico, in continua autodefinizione, all’interno dei vari contesti di vita ed entro un sistema di valori condiviso («in modo da fare le cose giuste»): quale ruolo può avere l’università nel promuovere questo tipo di identità dinamica? (PED).


Le relazioni sono state positivamente in bilico, attente alle sfumature ma altresì sostenute da una competenza radicata che è capace di considerare e gestire la variabilità degli eventi: ‘come stare sulla soglia’.
In effetti, il tema proposto era un tema complesso; numerose 
variabili vi intervengono e sono fra loro interrelate: ecco allora 
perché lo sguardo e le riflessioni dei tre Dipartimenti, 
attraverso una esplorazione con l’ottica che è loro propria.
I gruppi di studio, poi, assumono a loro volta differenti prospettive di analisi e diventano alcune delle variabili interpretative, giocate sul campo, che si intrecciano in questo tema. Non a caso, in ogni gruppo è presente un discussant che proviene da uno dei tre Dipartimenti dell’Istituto che è diverso da quello del conduttore del gruppo.


Ovviamente, ogni workshop rimanda agli altri. Ma si possono ritrovare tre filoni trasversali che si sovrappongono e si richiamano in tutti: questi sono i contesti, le comunicazioni e le azioni.
I filoni sono al plurale: perché? Perché occorre andare ad analizzare le componenti dei contesti in cui avvengono le comunicazioni; le comunicazioni possono essere di vario tipo, a seconda dei contesti e delle relazioni, infine le azioni sono direttamente proporzionali alla sostenibilità dei contesti e alla adeguatezza delle comunicazioni 
e delle relazioni.
Mi auguro che si possa reperire in questo numero una lettura affascinante e stimolante: quello che ci vuole per affinare le nostre identità, dinamiche e in continua evoluzione.

Numero 9 - Luglio 2017

Anche questo numero di IUSVEducation si presenta con una sua eterogeneità.
Si tratta di un contesto eterogeneo, come affermano coloro che studiano i rapporti fra le differenze: differenze disciplinari, sociali, culturali, linguistiche, religiose, generazionali.
Tuttavia si possono rintracciare tre filoni trasversali che fanno raggruppare i contributi in tre sezioni.

Il primo gruppo rientra nelle dinamiche della formazione dell'identità e sulla condizione giovanile, da variegati ed interessanti punti di vista: sono gli articoli di Salvatore Capodieci, Davide Girardi, Federico Battaglini e Milly Ravagnin, Giovanni Maccagnan. La seconda sezione è rivolta a tematiche prettamente psicologiche, anche su base sperimentale: sono gli scritti puntuali di Davide Marchioro, Enrico Vettoretto, Jennifer Milan. La terza sezione affronta questioni pedagogiche attuali ed imprescindibili: si va dall'intenso e pensato articolo di Vincenzo Salerno sull'approccio neuroscientifico al rapporto tra mente, corpo e cervello, all'acuta disamina di Gabriella Burba sulla situazione attuale della scuola, alla testimonianza di Alice Pegoraro nel quadro di percorsi di educazione non formale ed informale.

L'articolo di Salvatore Capodieci (Tatuaggi e piercing. Risultati di una ricerca sul mondo giovanile) è dedicato a una riflessione sulle modificazioni corporee e, in particolare, sulla pratica sempre più diffusa di piercing e tatuaggi. Il contributo si riconduce ad una ricerca condotta su circa 1300 adolescenti dai 14 ai 19 anni del Veneto orientale, la quale mette in evidenza interessi, tempo libero, soddisfazione della propria immagine corporea e propensione al rischio, correlati alla pratica di piercing e tatuaggi. Si tratta di una esplorazione del mondo giovanile e si cerca di elaborare un approccio critico a questa pratica, vista come equivalente della ricerca di identità dell’adolescente.

Davide Girardi fornisce una ampia ed articolata trattazione, direi quasi 'crepuscolare,' della situazione dei giovani in Italia, la quale costituisce una sfida sfida verso il futuro per le forze politiche e la società nel suo complesso. L'autore esamina le tendenze demografiche di fondo, gli indici di struttura della popolazione, affronta il delicato ed urgente tema del lavoro e la migrazione giovanile verso l'estero per affermare come il Paese oggi abbia bisogno di una presa in carico delle questioni più critiche che affliggono i giovani italiani, lavorando anche, ma non solo, sugli spazi ancora residuamente positivi (la partecipazione associativa e la fiducia nell'orizzonte europeo). Si coglie nello scritto di Girardi una visione a tutto tondo della società italiana, nel tentativo di recuperare quelle fratture generazionali che si evidenziano periodicamente nelle scadenze decisionali o in particolari occasioni critiche.

Il contributo di Battaglini e Ravagnin (Dipendenti si nasce. Una buona dipendenza per una buon autonomia) si concentra sulla parola dipendenza e sul verbo dipendere, i quali possono essere usati per riferirsi a molti e differenti tipi di comportamento: si percorre un itinerario che porta a scandire e a far riflettere su legittime domande riguardanti che cosa sia la dipendenza ed in quale modo questa possa essere implicata nello sviluppo personologico e nella costruzione della propria identità. Si tratta della classica antinomia tra autonomia e dipendenza, in cui ognuna non esclude l'altra ma sono in simbiotico rapporto.

Di tutt'altro tono l'articolo (Chiudete gli occhi e vedrete) di Giovanni Maccagnan, Laurea Magistrale allo Iusve, il quale, attraverso una attenta ed accurata esplorazione della tematica del sogno, mette in evidenza come il ruolo dei sogni e la loro analisi siano un modo per creare coscienza nella vita di ciascuno, facendo riferimento al metodo di individuazione postulato da Jung. Con le parole dello stesso Jung: «Ogni sogno è un’asserzione della psiche su se stessa, e che forse, chissà, queste immagini eterne sono ciò che si chiama destino».

Davide Marchioro, da parte sua, propone uno studio clinico di caso (Una farfalla in una teca d'ambra), il quale ha comportato una riflessione su alcuni importanti aspetti che caratterizzano le dinamiche controtransferali nell'istituzione, con particolare riferimento all'esperienza vissuta da un soggetto nei servizi pubblici di cura psichiatrica. Dice Marchioro: «La realtà del paziente è leggibile anche grazie e soprattutto alle emozioni espresse o congelate, indicative del modo in cui egli sta al mondo nelle forme del suo ex-sistere, insistere e con-sistere che costituiscono gli ingredienti della sua sintassi esistenziale». Le parole qui possono essere rivelatrici ma anche umiliatrici: tutto il documento si snoda attraverso un serrato dialogo, che rimane nondimeno sospeso.

Enrico Vettoretto illustra un meritorio lavoro sperimentale (oggetto della sua tesi Magistrale allo Iusve, in Psicologia dello Sport) su Il monitoraggio dei livelli di attivazione nello sport. Assume rilevanza il monitoraggio psicofisiologico, il biofeedback, inteso come una metodologia attraverso la quale è possibile apprendere l’autocontrollo volontario di alcuni processi psicofisiologici che abitualmente sono involontari. Esso promuove la comunicazione tra la coscienza e il substrato fisiologico per permettere l’autoesplorazione dell’unità psicosomatica che è l'essere umano. L'articolo ravvisa la necessità di investigare se le diverse caratteristiche psicologiche conducano a differenti relazioni tra attivazione e performance, valutandole in condizioni stressanti o meno.

Milan Jennifer (Laurea Magistrale allo Iusve) affronta con competenza il tema dell'anoressia mentale (Anoressia mentale: il silenzioso peso della fame) illustrando un quadro clinico complesso: l'autrice ha cercato, per quanto possibile, di capire cosa vi sia dietro all’ossimoro silenzioso-urlo che ogni anoressia cela in sé. Il core della questione è rappresentato dal rapporto psiche-soma che viene focalizzato nel percorso terapeutico psicoanalitico, individuale di gruppo. In particolare la terapia di gruppo permette la presa di consapevolezza del proprio corpo, dando così al paziente, la possibilità di tornare a re-imparare ad ascoltare se stesso, a percepire le singole parti del corpo, a riconoscere le proprie emozioni. Entro tale spazio terapeutico un ruolo non secondario è assunto dalle figure familiari.

Vincenzo Salerno (Scienze cognitive e neuroscienze) si cimenta in una trattazione su come è andato costituendosi il neurosapere. L'autore è ben consapevole della difficoltà di approccio a questo articolato ed interconnesso settore di ricerca e di studio, nonché di applicazione: nei confronti delle neuroscienze si vive una sorta di spaesamento che si sviluppa nell'antinomia (antinomia fondante ogni cammino di scoperta) tra ansia di conoscenza, recante con sé una certa motivazione affascinante, e consapevolezza dei propri limiti che sfiora lo sconforto. Il contributo si appunta soprattutto sui legami tra mente corpo e cervello, ma anche tra mente e mondo, tra mente e 'gli altri', lungo una esplorazione di contributi e teorie che sono confluite nel contesto e nel paradigma neuroscientifico: la teoria dell'identità, il funzionalismo, il naturalismo biologico, la neuropsicanalisi, la neurofenomenologia. Insomma: «La coscienza che abbiamo di noi è il problema duro da risolvere»

L'acuta disamina di Gabriella Burba (Il doppio sguardo di Giano: la scuola dell'ambivalenza) sulla situazione attuale della scuola induce a riflettere sulla sua ambivalenza: dopo una breve, ma necessaria, carrellata storica e i necessari riferimenti legislativi citati ad hoc, la Burba giunge ad affermare: «La sfida che si pone oggi alla scuola è quella di superare la logica dell’aut aut, delle polarizzazioni fra visioni unilaterali: istruzione e competenze tecniche o educazione, dimensione umanistica o approccio scientifico, innovazione o tradizione, formazione culturale o professionalizzante, efficienza e valutazione dei risultati o centralità di personali e non standardizzabili percorsi di sviluppo». Si tratta di stare in bilico fra i due versanti, accettandone le reciproche influenze, pur nella specificità degli approcci e in relazione alle specifiche epistemologie (lo stesso dilemma, prima accennato, del rapporto tra autonomia e dipendenza).

Chiude il numero la testimonianza di Alice Pegoraro sull'attività della Ong Medici con l'Africa, Cuamm. L'autrice attraverso percorsi di osservazione partecipante, di intervista e colloquio, nei modi tipici di una etnografia dell'educazione, ha cercato di inquadrare la cultura organizzativa del Cuamm, verificando successivamente come questa vada ad incidere sui percorsi di formazione realizzati.

Il lettore non mancherà di trovare nella eterogeneità dei contributi alcuni richiami trasversali, così che ognuno abbia la possibilità di costruire un proprio percorso di riflessione. L'approccio alla conoscenza e la sua elaborazione non avviene più, ormai, attraverso il solo approccio molare/disciplinare, ma anche molecolare (Carmela Metelli Di Lallo, Analisi del discorso pedagogico), facendo attenzione alle interdipendenze, ai richiami, agli interstizi, alle 'zone di frontiera': questa rivista di stampo pluridisciplinare e tendenzialmente interdisciplinare vuole seguire questa strada.

La sintesi, a cura di Michele Marchetto, del convegno internazionale di studi su J.H. Newman e E. Stein, dal titolo Maestri perché testimoni, tenuto presso l'Aula Magna dell'Istituto i 19-20 gennaio 2017, e alcune recensioni chiudono il volume.