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Numero 15 - Giugno 2019

Questo numero si esprime con un varietà di direzioni di ricerca. Non a caso il sottotitolo della rivista riguarda l’interdisciplinarità presente nelle scienze dell’educazione. Si sa che la pedagogia è una scienza plurima ed essa ‘corrisponde’ al suo oggetto: l’educazione, intesa come evento sociale, complesso e multiforme, per questo la pedagogia attinge a contributi e prospettive da altre scienze. L’interdisciplinarità che si evidenzia in questo numero è di due specie. La prima riguarda il fatto che tutti i contributi sono come in dialogo tra loro, pur con le loro specificità, in modo che il lettore possa crearsi una trama di corrispondenze, riferimenti e richiami di tipo dinamico: trama che si manifesta per la sua complessità, da crearsi e ricrearsi.
Ramon Panikkar, ne Lo spirito della parola, introduce l’idea del dialogo dialogante che egli applica al rapporto tra persone e culture ma che può far riferimento anche all’incontro tra discipline (lungo quanto si è detto poc’anzi), in quanto il significato di un pensiero, di un concetto, di una parola non risiede solo esclusivamente nella nostra tradizione ma viene portato avanti nell’incontro dialogico stesso. Si tratta di non rimanere ancorati a significati inflessibili, stabiliti una volta per tutte, per aprirsi ad una dimensione condivisa. Il dialogo dialogante, afferma Panikkar non si limita ad allertare la nostra umanità, ma la trasforma.
La seconda specie di interdisciplinarità è insita in ciascun contributo; c’è un taglio prevalente che può essere didattico (come nell’esposizione di Grzadziel,) o psicologico (come nel caso dello scritto di Marco Zuin) o socio-educativo (come nel pezzo sui giovani di Simone Stocco) o etico-pedagogico (come nell’articolo di Adamoli) senza trascurare apporti, spiegazioni e punti di riferimento provenienti da altre discipline. Il lettore si accorgerà di un fatto importante per la propria formazione: ciò che apprende dalla lettura e dalla riflessione su di un contributo gli sarà di aiuto per comprendere anche il senso degli altri, in un processo di continuo ripensamento (è così che funziona la trasversalità formativa), così che le chiavi interpretative elaborate possano essere avvicinate o applicate in senso letterale e/o metaforico (fonte di stimoli e intuizioni), rispettando sempre il cosiddetto livello soglia. È questa la formazione, come dice Gadamer, a cui si può riferire l’attuale dimensione della competenza che è debitrice delle virtù elencate da Seneca.
Facendo un breve riassunto dei contributi qui presentati, si inizia con Grzadziel che espone una sua interessante sperimentazione di uso dell’e-portfolio nella didattica universitaria, riflettendo su alcune domande chiave in merito all’esperienza condotta. Sempre in linea con questo filone tematico si distingue l’articolo di Matteo Adamoli il quale propone una interpretazione della Media Education come mediazione etica ed intelligente, fondante la relazione educativa, per approcciarsi al digitale in forme consapevoli, mentre l’analisi ed acuta riflessione di Simone Stocco e Salvatore Capodieci fa luce sulla generazione Z. L’intento degli autori è ben esplicitato sia nell’introduzione che nella metodologia di ricerca: «Uscire incontro ai giovani per studiare l’adolescenza non a partire dai testi, ma in ascolto delle testimonianze di persone concrete, ciascuno con la propria storia da raccontare». La ricerca si è configurata così come ricerca-azione con implicazioni socioeducative importanti. Da parte loro, Anna Comacchio e Mario Bolzan, riportando i risultati di un progetto di ricerca a più mani, fanno luce su come l’analisi funzionale possa promuovere il benessere della persona, da molteplici punti di vista, incidendo così sulla prassi psicologica e psicoterapeutica.
In tale contesto non è da trascurare il ruolo che possono svolgere le diverse valenze dell’intelligenza: il lavoro compiuto da Marco Zuin, in collaborazione con i tirocinanti neolaureati dell’Istituto, ha come oggetto di studio le modalità con cui si esprime e funziona l’intelligenza emotiva.
Anna Chiara Pignaffo, dell’équipe di Gino Soldera, riprendendo una attività che ha dato nel tempo i suoi frutti, si focalizza sulla prima ora vissuta dal bambino nell’ambiente extrauterino (la Golden Hour neonatale), mostrando come questo impatto verso una nuova fase vitale sia importante per il consolidarsi di legami significativi nel contesto dinamico della triade parentale.
Sempre a proposito della interdisciplinarità e della dimensione trasversale, Carolina Scaglioso fa una interessante disamina sul processo di interconnessione (cognitiva e non) nell’ambito della pratica musicale, giungendo a proporre l’ipotesi di un «bilinguismo musicale».
Da ultimo, ma last but not least, una interessante esperienza portata avanti da alcuni studenti dello IUSVE, studenti particolarmente dotati, all’interno di una cornice denominata Caffé letterario. Enrico Orsenigo e Marco Marcato riportano tematiche e questioni (domande, interrogazioni, ricerca) sorte all’interno di questo gruppo autogestito, il quale testimonia, ancora una volta, come l’approccio interdisciplinare sia fecondo.

Che dire, allo stato attuale delle cose? Si potrebbe arguire che la vera tecnologia non risiede solo in quella che fornisce strumenti e che ampia le facoltà e i poteri dell’uomo (come affermava il Bruner cognitivista, anteriore ai suoi studi sulla psicologia culturale), quanto si evidenzi primariamente nella cosiddetta tecnologia del sé (riprendendo Foucault). Un tipo di tecnologia rivolta agli altri, si aggiunge, sulla scia di quanto afferma Papa Francesco a proposito del discernimento ignaziano, che poi si traduce nella vexata quaestio (già esposta nelle Lettere a Lucilio di Lucio Anneo Seneca): «Siamo capaci di saper condurre bene le nostre vite?». Insomma, tutte le altre forme di tecnologia sono importanti ma … vengono dopo. Gli articoli di questo numero ce ne danno una prova e ulteriori stimoli.

Numero 14 - Dicembre 2019

Questo numero si apre con l’articolo scritto da Roberto Albarea ed Enrico Orsenigo (Iusve), il quale riprende alcune suggestions di un importante convegno internazionale che si è tenuto il 6-7-8.giugno 2019, a Cagliari, dal titolo Education and Post-Democracy, convegno cui hanno partecipato alcuni docenti e ricercatori dello Iusve.

Il saggio riprende alcune tesi di Colin Crouch affiancandole ad altre riflessioni (democrazia, post-democrazia, populismo e tecno-populismo, eventuali risposte dell’educazione) le quali testimoniano come il tema sia caratterizzato da una notevole complessità, tale da investire in modo decisivo i modi di vivere e di ‘stare’ nella contemporaneità.

Il contributo dal titolo: Skills e Capabilities: verso una formazione integrata, autore Cristiano Chiusso (Ph.D. in Education e docente Iusve), fa il punto sui livelli della formazione e sottolinea la generatività dell’approccio integrato, affermando come «L’incrocio tra la classica didattica alle competenze e una nuova didattica alle capacitazioni permetterebbe l’incontro tra capitale umano e sviluppo umano, la crescita del soggetto come professionista e allo stesso tempo come persona».

Una fondamentale (e tradizionale) quaestio che ha segnato il percorso dell’educazione, almeno a partire dalla Modernità.

Alicia Sianes Bautista, pedagogista e Dottore di ricerca in Educazione Comparata e Storia dell’educazione presso la UNED di Madrid, nel suo elaborato articolo: Il problema della pedagogía in Spagna e il suo ruolo come disciplina accademica nell’università, espone un interessante excursus in merito alla collocazione della disciplina pedagogica nel contesto spagnolo. Ne emergono alcuni fattori: come la pedagogia in Spagna sia stata influenzata, in parte, da altri modelli europei, come quello tedesco o quello  francese; il suo rapporto con le altre scienze umane, l’esigenza di conciliare in maniera intelligente (e il contributo della dott.ssa Sianes ne fa testo) l’assetto epistemologico, gli aspetti riguardanti la riflessione teorica e le ricadute sul piano dell’azione, senza trascurare il decisivo elemento che investe la professionalità docente e la sua formazione.

Tale rassegna si conclude con il contributo di Michele Marchetto (Iusve), in collaborazione con i neo-laureati dell'Istituto: Luca Cremasco, Francesco Manfré, Denis Rossi ed Emma Sorarù, dal titolo Alle cose stesse. Conoscere la fenomenologia come fondamento della psicologia. Tale contributo infatti si distingue per la sua articolazione: da un lato, vengono riformulati alcuni punti fondanti della fenomenologia husserliana; dall'altro, sono presenti riflessioni,  commenti e suggestioni attinenti la tematica affrontata. La tematica riguarda un interrogativo fondamentale in merito allo statuto epistemologico della psicologia in relazione alla filosofia. In effetti, l'idea è quella di mantenere una tensione tra le due visioni disciplinari, in modo che tale rapporto costituisca un nodo centrale per la professionalità dello psicologo.

Numero 13 - Luglio 2019

Anche questo numero di IUSVEducation si presenta con la sua usuale sfaccettatura.

Due contributi provengono da collaborazioni interpersonali ed accademiche dell’Istituto Salesiano (Mario Oscar Llanos e Federico Tonioni); sono relazioni chiave di incontri scientifici promossi dall’Istituto durante l’Anno Accademico 2017/2018. Il contributo di Sabino De Juan è il risultato di una ricerca condotta dai colleghi spagnoli. Altri due contributi sono il frutto della riflessione di docenti dello IUSVE (Mariano Diotto e Mario Bolzan). Un articolo è il lavoro di un dottore in Psicologia Clinica (già studente IUSVE) tratto dalla sua tesi magistrale: Enrico Orsenigo dimostra così la sua propensione alla ricerca e all’argomentazione e a partire da questo numero fa parte del comitato di redazione della rivista.

Il profondo contributo di Mario Oscar Llanos (Università Pontificia Salesiana di Roma) focalizza una tematica importante ed attuale per la comunità salesiana, per i centri ecclesiali e per tutti coloro che vi si impegnano e si ispirano ad essa (Docenti e centri universitari per i giovani studenti degli istituti pontifici): partendo dalla Veritatis Gaudium, nuovo documento di riferimento per l’azione educativa ed ecclesiale, il relatore traccia una panoramica sulla condizione giovanile emergente e, a partire dal Sinodo dei Giovani, indica i punti di riferimento per educatori e docenti inseriti nelle antinomie oggi vissute dai giovani. Un compito impegnativo ma ricco di sorprese, come si evince dal finale del contributo. Se questo cammino viene intrapreso si potrà giungere, per gli adulti, ad una revisione della propria vocazione personale, educativa e comunitaria (sempre dinamica) e pervenire ad una elaborazione di un laboratorio culturale di ricerca condivisa, per tutti.

Un argomento analogo, ma diverso nell’impostazione e nelle premesse, viene affrontato da Federico Tonioni (Policlinico Gemelli di Roma): Alterni destini di rabbia ed aggressività nei nuovi adolescenti. Nel contesto di un laboratorio e di un insegnamento proposto da due docenti dello IUSVE, lo spaccato di analisi offerto dal relatore pone l’accento sull’importante diffusione della tecnologia che, sembra, abbia semplificato molte operazioni e che ha portato all’abbattimento delle barriere geografiche. Tale processo offre però anche la possibilità di un luogo che si configura sempre più come meta del ritiro sociale; si parla infatti di ritiro sociale web-mediato. In questo spazio gli adolescenti si rifugiano ed incanalano la loro rabbia che altrimenti non sarebbero in grado di esternare e di gestire. Ciò può portare ad un incrementarsi dell’individualismo nonché della de-responsabilizzazione sociale, se questo status non viene controbilanciato da relazioni interpersonali positive, prime fra tutte quelle dei genitori (come sottolineato dal contributo di Bolzan in questa rassegna) e da quelle di figure non parentali di riferimento. Si sa ormai che gli individui chusi e autoreferenti nel loro io individuale e privato saranno più facilmente suscettibili ad essere manipolati, e quindi restii a forme di partecipazione e di autogoverno sui problemi reali della convivenza civille e delle relazioni interpersonali autentiche (è l’ipotesi dell’economista Jeremy Rifkin e del filosofo Charles Taylor). 


Di contro, Sabino de Juan (CES Don Bosco, Madrid), analizza il ruolo che la fiducia assume nella promozione e nella strutturazione di una cittadinanza attiva e democratica (Hacia una ciudadanía activa a través de la confianza). L’articolo attraversa con attenzione e sistematicità ‘luoghi’ e questioni emergenti, caratterizzate dalla complessità, sottolineando i diversi significati e sfumature della cittadinanza e della fiducia, sempre in costante relazione con un profilo di cittadino che fonda il suo essere nella dimensione di una umanità condivisa. Dice l’autore: in nessun senso la confidenza è data all’essere umano, se non l’impegno a costruirla, e questo è compito proprio degli educatori, a testimoniarla.

Mariano Diotto, introduce il lettore ad una recente interpretazione della relazione e dei contesti comunicativi. All'interno del neuromarketing l'autore esplora i significati e le funzioni del neurobranding, processo che induce decisioni di acquisto attraverso modalità legate alle neuroscienze, al marketing, all’advertising e alla semiotica. Rifacendosi ai lavori di António Rosa Damásio sulle basi neurali della cognizione e del comportamento (si cita: L'errore di Cartesio e Il sé viene alla mente) e gli studi sugli archetipi (Jung, Neumann e Hillman), Diotto riflette sulla morfologia del neurobranding. Quest'ultima sarebbe una disciplina che, facendo leva sulla chimica cerebrale e le radici psichiche arcaiche, si propone di traghettare dall'esterno le scelte dell'uomo. Continua a rimanere centrale, per chi scrive, anche un quesito legato all'antropologia del consumo: il neurobranding ha margine di funzionamento solo laddove gli umani hanno contribuito a crearlo?

Mario Bolzan e i suoi collaboratori (Università di Padova, IUSVE e Università di Pescara) presentano una ricerca (Genitori domani: Nuove prospettive e qualche provocazione) che evidenzia come l’impegno richiesto distintamente al padre ed alla madre, come ad  entrambi i genitori, sarà sempre più decisivo nel prossimo futuro. Gli esperti coinvolti nella ricerca confermano, ancora una volta, come affermato a suo tempo da parte di autorevoli psicologi e pedagogisti, che le problematiche connesse alle relazioni padre/figli, madre/figli, genitori/figli sono destinate ad assumere una maggior importanza e visibilità di quanto finora percepito. D’altra parte tale peculiarità è una componente ormai imprescindibile della società postmoderna: l’importanza della relazione può essere sviluppata sia in senso positivo, come rafforzamento della propria identità, sia in senso negativo, come manipolazione delle coscienze (con le derive di cui si è visto a proposito del contributo di Tonioni), in un contesto in cui l’approccio relazionale è sempre più finalizzato a scopi pubblicitari e a condizionare scelte e consumi.

Nell’articolo proposto vi sono interessanti riflessioni e considerazioni basate su quanto è emerso dalla ricerca (attraverso indagini campionarie nazionali ed internazionali): da questo punto di vista l’approccio Delphi, a detta dei ricercatori, è stato utile e congruente.

In effetti la problematica non è nuova. La valenza di questo studio sta nel suo processo di indagine e nel suo rigore metodologico, lasciando pertanto spazio ad una rinnovata configurazione dell’essere genitori e figli e quindi ad una maggiore saldezza nella propria coscientizzazione critica e nei propri legami affettivi. Non esiste infatti, per chi scrive, una autonomia assoluta: si potrebbe dire che la vera autonomia è il frutto della gestione sostenibile delle proprie dipendenze, intellettive ed emozionali.

Enrico Orsenigo (Scenari dell’Altro: posizione, funzione, traiettoria) svolge il suo cammino di impronta storica, epistemologica e psicologica intorno a questa vexata (ed attuale) quaestio attraverso una rigorosa disamina dei suoi significati ed implicazioni per arrivare ad un excursus finale ricco di intuizioni di ricerca: l’essere umano si presenta, ed è, come un essere misterioso e perturbante; questo non esime Hard and Soft Sciences dal tentare di spiegarlo, ma resta comunque una certa «resistenza del punto interrogativo» che induce l’uomo non a pensare di avere la verità ma di strenuamente cercarla.

Alcune recensioni (scritte da studenti magistrali e da neolaureati dell’Istituto) chiudono il volume: fra esse c’è da segnalare l’intervento di Cristian Vecchiet, docente del Dipartimento di Pedagogia, che illustra con acume e competenza l’uscita di una interessante pubblicazione a firma di Monsignor Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana, sul futuro della nostra democrazia.

Un’ultima osservazione: alcuni contributi presenti in questo numero presentano i riferimenti bibliografici secondo la procedura anglosassone e non con le note a pié pagina, come d’uso in questa rivista. Come Comitato di Redazione si è ritenuto di lasciare inalterate le versioni ricevute, rispettando le modalità di organizzazione e di esposizione dei singoli autori, anche rispetto alle particolari aree di ricerca e alle discipline di provenienza.
Infine, ringrazio tutti i collaboratori della rivista (in primo luogo il preside, prof. Salatin e don Nicola Giacopini) perché dopo sei anni di pubblicazione siamo riusciti a rispettare le scadenze semestrali di uscita.

Buona lettura.