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Numero 4 - Dicembre 2014

Questo è il quarto numero della rivista dello IUSVE, consultabile on line.
Esso presenta due contributi di psicologia (Scibelli et al., Magro et al.), ben quattro saggi di scienze e tecniche della comunicazione, con alcune ‘invasioni di campo’ verso i temi della percezione estetica, dell’architettura, delle tecnologie musicali e della funzione dell’arte nella società contemporanea (Anello, Baccichet, Porceddu, Azzoni), una riflessione socioeducativa sulle utilizzazioni attuali del web (Cazzanti), un apporto filosofico in merito al valore educativo della didattica universitaria (Marchetto) e un contributo propriamente pedagogico (Benvenuti) che, in una certa misura, si rivela come una ‘alterfaccia’ dell’articolo di Marchetto.

Quello che colpisce, nella maggior parte di tali scritti, è il loro carattere e sviluppo interdisciplinare. Nessuno di essi (salvo, forse, i contributi del dipartimento di Psicologia) si colloca in modo completo ed esaustivo in un definitivo campo di ricerca: vi sono assonanze, suggestioni, stimoli provenienti da altri settori della conoscenza, se non proprio da ambiti rigorosamente disciplinari.
L’articolo di Sandra Scibelli, Susy Zanardo e Salvatore Capodieci è relativo ad un accurato studio empirico sulla relazione tra madri anziane e figlie adulte. Emerge la potenza e la significatività di tale relazione, intensa e problematica, attraverso i numerosi item e i dati aggregati e disaggregati analizzati dalla ricerca.
Un elemento distintivo è il carattere di ambivalenza che soggiace ai sentimenti legati a questa relazione. Tale ambivalenza è parte della struttura della relazione stessa, di cui la bambina prende coscienza sin dall’infanzia nel percepire la madre-oggetto e la madre-ambiente. Da qui gli schemi educativi vissuti (ereditati?) attraverso la propria madre, così che si evince la valenza trigenerazionale e transgenerazionale del fenomeno.

L’articolo di Tiziana Magro, Fabio Benatti, Arianna Comelli, Giuseppe Sartori, Laura Alessio, Silvia De Lorenzi, Sara Codognotto e Nicola Giacopini è relativo ad uno studio pilota di taratura e standardizzazione del Family System Test (FAST) di Thomas M. Gehring sulla popolazione italiana. Il FAST è un test proiettivo, sviluppato all’interno della cornice teorica sistemico-relazionale, per lo studio e l’analisi delle dinamiche e delle alleanze familiari. Tale ricerca segnala la collaborazione tra l’Università degli Studi di Padova e lo IUSVE. Il campione selezionato investe bambini, adolescenti ed adulti della realtà del triveneto. Lo scopo dell’indagine è quindi quello di importare in Italia uno strumento psicodiagnostico utilizzato all’estero per la valutazione delle capacità genitoriali, sia nei contesti clinici che nei contesti forensi.

Particolarmente attuale è il contributo di Moreno Baccichet il quale, fornendo una serie di foto ed immagini appropriate, fa comprendere come il ridisegnare lo spazio pubblico in alcune zone micro e macro del territorio francese non è più compito di una sola disciplina, ma necessita di una visione complessa e pluriprospettica che include i temi del dialogo e del vivere sociale, dell’urbanistica, della percezione del paesaggio, delle pratiche d’uso dell’ambiente, della progettazione partecipata.
La Francia è una delle nazioni più all’avanguardia in questo settore, sia negli studi che nelle loro applicazioni, come testimoniano le recenti Biennali di Architettura di Venezia. È come se l’intelligenza acuta francese, di stampo cartesiano, si incontri con una vocazione politica orientata alla cittadinanza attiva, così da coniugare gli spazi di aggregazione sociale con quelli oggetto di proposte e di elaborazione creativa.

L’interessante escursione di Michele Porceddu fa una retrospettiva storica dei supporti e delle tecnologie in ambito musicale, insieme alle loro interconnessioni con ambienti e contesti che hanno mutato, e continuano a mutare, le figure e i ruoli di artisti, produttori, aziende, negozianti e professionisti. Ne risulta una pluralità di usi della musica, sollecitata anche dallo sviluppo che in quest’ultimi cinquant’anni hanno avuto, prima i supporti analogici, poi le tecnologie digitali ed oltre.
Musica come prodotto e trasmissione, musica come ambiente, musica come spazio web: tutto questo fa sentire con una certa urgenza il bisogno di alcuni criteri interpretativi di tali fenomeni (anche perché sembra si stia assistendo ad un revival della prestazione dal vivo). Il contributo si pone lungo questa linea di percorso. Si tratta, per chi lavora in ambiti caratterizzati da una scelta etica, per educatori e operatori sociali e del territorio, di porsi in between tra le richieste del marketing musicale e aziendale (senza esserne subordinati) e finalità più propriamente sociali ed educative, in modo da inoltrarsi con una sufficiente e sostenibile competenza in questo mondo variegato, sorprendente e impensabilmente creativo, ma anche talvolta veicolo di produzione sottoculturale.

Il contributo di Alessia Anello si sofferma all’inizio sulle discussioni intorno al significato e al valore del termine Einfühlung, prima inteso come immedesimazione (Freud e Jung), poi come empatia: con ciò focalizzandosi, a proposito della seconda accezione, sull’importanza dell’empatia nella pratica psicoanalitica. Il termine è stato inoltre recuperato per spiegare la fruizione artistica, ma anche questa ipotesi non sembra essere adatta allo scopo, in quanto non considera le differenze individuali e non spiega l’infinita varietà di reazioni che si possono provare di fronte ad un’opera d’arte.
Lo stesso fondatore della neuroestetica, Semir Zeki, è tra i sostenitori del fatto che il meccanismo dei neuroni specchio non possa spiegare la fruizione artistica o, almeno, non completamente (per fortuna, diremmo noi). Da qui l’intento del saggio della Anello di provare ad integrare la ricerca psicologica con quella neuroscientifica sulla fruizione artistica, illustrando la proposta di Graziella Magherini, il cui scopo è quello di salvaguardare la complessa varietà delle differenziate percezioni/reazioni individuali, orientandosi così verso una valenza idiografica (la valorizzazione dei casi situati) piuttosto che nomotetica (la ricerca delle costanti). Ciò porta a sottolineare, ancora una volta, l’irriducibilità dell’umano e la sua valenza come microcosmo.

Il saggio di Simone Azzoni tende ad illustrare il problematico rapporto tra arte, Kitsch e souvenir. In arte, per Kitsch si concepisce un fenomeno periferico, marginale: un fenomeno incentrato sull’oggetto o sull’evento che dell’arte ha l’apparenza, senza averne la sostanza. È Kitsch l’oggetto di cattivo gusto che deriva dalla falsificazione e dalla contraffazione di un oggetto artistico autentico, replicato meccanicamente, variato nelle dimensioni, trasposto in un nuovo medium. Fotografia e scultura, pittura e cinema si sono contaminate di Kitsch fino ad aprire le frontiere dell’arte. Molti visitatori alle ultime edizioni della Biennale Arte di Venezia sono rimasti impressionati da tali contaminazioni.
In realtà, dice Adorno, il Kitsch è una parodia dell’esperienza estetica. E allora?
Tra gli artisti che cercano di sublimare il Kitsch c’è Daniel Gonzalez, artista argentino, intervistato dall’autore del saggio. Ma non è solo così. Se si leggono attentamente le parole di Gonzalez si capisce come un’idea creativa non appartenga tanto al suo creatore, semmai sia debitrice del suo tempo. L’arte non è un momento di rottura quanto un momento per porre grandi domande (e in questo sta la valenza formativa dell’arte).
D’altra parte tutte le civilizzazioni hanno creato idoli, monumenti celebrativi, oggetti da contemplare, da adorare e su cui meditare. Insomma, l’arte pubblica può essere celebrativa, può legarsi al passato o no, ma ciò che conta è che stabilisca un rapporto di dialogo con la sua contemporaneità.
Viene in mente ciò che diceva John Dewey a proposito del rapporto tra arte, creatività ed esperienza umana. Per Dewey, l’arte e il processo creativo sembrano rappresentare una sorta di prefigurazione della realtà, di quel principio interno di problematizzazione del reale e dell’umano che ne sottolinea la tensione tra il reale e il possibile, come un gioco tra componenti.

Il contributo di Roberto Cazzanti si occupa di Crowdsourcing, analizzandone le componenti sociali, comunicative, economiche e giuridiche. Si tratta di un terreno attraversato da luci ed ombre, in cui accanto ad implicazioni di tipo eticosociale che riguardano la promozione di una cittadinanza attiva, c’è anche una utilizzazione del Crowdsourcing che rappresenta un tentativo, già avviato, di rimodellare il marketing aziendale, conducendo a nuove e più raffinate forme di sfruttamento nel lavoro. È sempre lo stesso annoso problema della tecnologia, di cui si è parlato al Forum internazionale sulla Positive Economy, tenutosi presso la Comunità di San Patrignano, nel giugno di quest’anno: si usa la tecnologia per un sempre maggiore, veloce ed efficace profitto o essa serve per liberare energie ed occasioni di sviluppo umano? Il primo numero di IUSVEducation, precedente a questo, traccia alcuni punti e linee di forza della questione.
Così che, non sembra fuori luogo, nell’articolo di Cazzanti, il riferimento ad Adriano Olivetti, per riprendere, in tempi oggi così mutati, una riflessione critica in merito al valore collettivo del lavoro.

Il pregevole saggio di Michele Marchetto ci ricorda qual è il ruolo di chi insegna a livello universitario e, in genere, quale configurazione assume la figura dell’intellettuale (si cita Gramsci) che si prefigge di riflettere e di ‘arare’ su una Bildung che continua a rimanere, tra Modernità e Postmodernità, il proprium di ogni educazione integralmente intesa. Da Newmann a Morin, da Gadamer ad Eliot, Marchetto avverte dei pericoli cui si può incorrere con una pseudoconoscenza e una pseudocultura ridotte a giustapposizione di immagini od icone (il non-proposizionale, citato da Morin e dal linguista Raffaele Simone), a pure informazioni, a performativity (cosa ben diversa dal pragmatismo deweyano), per giungere ad affermare come: «Il vero sapere sia una disposizione, un possesso personale e una dote interiore», da coltivare e renderci fieri cosicché insegnando una parte si insegni il tutto. Solo nell’accettare la propensione alla conoscenza come una funzione ineliminabile dell’intelligenza e della persona si può comprendere questo apparente paradosso. Sembra qui riecheggiare il concetto di habitus così caro alle riflessioni di Jacques Maritain che puntualizzava, a sua volta, l’importanza dell’educazione generale di base, la quale non doveva essere, per il filosofo francese, un sapere enciclopedico, piuttosto tradursi in una disposizione centrata sulla ‘forma’ dell’essere e dell’apprendere, preludio all’alta formazione (che è poi il focus del saggio di Marchetto).

Ispirato alla pedagogia salesiana, ma non estraneo alle riflessioni precedenti, con una speciale attenzione alle attuali condizioni socioculturali, pur mantenendo l’apporto fondativo di San Giovanni Bosco, è l’articolo di Loris Benvenuti. L’autore sottolinea come l’emergere prepotente della soggettività e la sua valorizzazione nelle società occidentali (e non più solo in queste) abbia, sul piano educativo, posto in secondo piano le pratiche comunitarie ed inclusive nel contesto di una gestione consapevole dei legami sociali, di una pedagogia di ambiente e di una pedagogia del dono.
La modernità e il neocapitalismo di stampo liberista si sono interessati all’educazione dal punto di vista del recupero delle risorse produttive individuali (che vengano definite ‘umane’ o no, è secondario e talvolta retorico): il fatto che si sottolinei le Life Skills, come il decision making, il problem solving, l’autoconsapevolezza, la realizzazione di sé (su questa equivocità si veda quanto scrive Charles Taylor) è illuminante di una certa unilaterale posizione.
La pratica laboratoriale proposta dall’autore punta a costruire nella scuola una categoria di ‘benessere’ condivisa e partecipata, andando oltre una mera interpretazione soggettivistica ed aprendosi ad un’educazione alle relazioni e ai legami che danno senso alla vita integrale di tutti e di ciascuno.

Insomma: si tratta di contributi aperti che si segnalano per le loro risonanze profonde e per la loro caratteristica a non rinchiudersi in connotazioni eccessivamente specialistiche e in spazi autoreferenziali.

Numero 3 - Luglio 2014

La dimensione della sostenibilità, a partire dal Rapporto Burtland del 1987 (Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo) sino alle decisive affermazioni del Wuppertal Institut, è diventata un segnale di futuro per l’umanità: volenti o nolenti ognuno di noi, singole persone, istituzioni, organismi internazionali, movimenti di opinione, dovrà confrontarsi con essa.
A sua volta, L’EXPO 2015, dedicato al tema Nutrire il pianeta. Energia per la vita, rappresenta per l’Italia un appuntamento di grande significato dal punto di vista non solo economico, di rilevanza sociale e culturale, collocandosi lungo questa direzione.
Per questo motivo al Convegno annuale 2014 dello IUSVE, si è scelto di privilegiare tale tema, che si è declinato nel titolo: Abitare il futuro. Nuove prospettive per uno sviluppo equo e sostenibile.

Lo IUSVE, in coerenza con il proprio progetto culturale, ritiene che tale occasione sia proficua anche per offrire ai propri studenti, ai propri docenti e alle comunità del Nordest un momento
di riflessione e confronto sui nuovi paradigmi dello ‘sviluppo umano’. Del resto è la stessa Congregazione Salesiana a ribadire che l’ambito universitario risponde ad un compito ed impegno ecclesiale: la Chiesa, ‘esperta in umanità’, va incontro all’uomo e alla donna attraverso l’Università per dare spazio ad un dialogo culturale, scientifico, tecnico, educativo e professionale che promuova la dignità della persona umana, la solidarietà, la giustizia e lo sviluppo equo. Come ha affermato il preside dello IUSVE Arduino Salatin, nella presentazione al convegno, si tratta di un lavoro di educazione in profondità, promuovendo una sorta di «coralità maieutica», citando Danilo Dolci.

Partendo da questo quadro di riferimento, i temi della ‘sostenibilità’e dello ‘sviluppo equo’vanno intesi come equilibrio/armonia tra la persona (con i suoi diritti e doveri), la società e la cultura di riferimento, con le altre società e culture (multiculturalismo/cooperazione) e con l’ambiente naturale (dimensione ecologica).

In tale prospettiva, il convegno Abitare il futuro. Nuove prospettive per uno sviluppo equo e sostenibile intende discutere nella sua sessione plenaria alcuni nodi fondativi di un nuovo possibile scenario economico (positive economy), in cui le istanze antropologiche, educative e sociali ispirate al rispetto della persona e della natura siano assunte come basi a servizio del futuro delle giovani generazioni. Dice la versione italiana del Wuppertal Institut (edito dalla Emi di Bologna) che: «una persona è ricca nel numero di cose che può concedersi di lasciar stare». Questa affermazione ha numerose implicazioni ed apre ad orizzonti culturali, etici, politici, economici e comportamentali non indifferenti.


In sede IUSVE, l’intento è stato quello di rintracciare, a livello dei tre Dipartimenti (Comunicazione, Pedagogia, Psicologia) di cui è composto l’Istituto, le ripercussioni e
le risonanze che tale problematica ha sull’attività didattica, formativa e di ricerca dei tre Dipartimenti, declinandola nei vari contesti di testimonianza e di intervento. Senza voler essere ovviamente esaustivi, tale impostazione si deduce dalle comunicazioni del mattino e dai gruppi di lavoro che si sono svolti al pomeriggio, con folta partecipazione degli studenti IUSVE.
 Si tracciano qui alcuni nuclei di riflessione e di azione che sono emersi nel corso dei lavori del convegno, rinviando il lettore ai testi completi presenti in questo numero di IUSVEducation.

L’intervento di Letizia Moratti, ‘Economia positiva’. Nuovo sviluppo per le generazioni future, ha tracciato una panoramica delle iniziative in atto, a livello europeo, per ciò che concerne la ricerca e l’implementazione di innovativi percorsi di produzione e di creazione della ricchezza. In un contesto di diverso modello di sviluppo economico denominato, appunto, «economia positiva» o «economia sociale di mercato», in cui vengono coinvolti i singoli Stati, le imprese, la finanza e il cosiddetto Terzo settore. Nuovi paradigmi emergono in tali proposte: la revisione degli indicatori di sviluppo, il concetto di lungo periodo, la prassi del microcredito che favorisce la coesione sociale, una visione degli investimenti che si preoccupa del loro impatto sul territorio e sulle comunità. Tutto ciò diventa esempio fattivo e reale se a livello degli organismi europei e nazionali ci sono progetti e condizioni legislative che permettono questo tipo di azioni e allo stesso tempo promuovono una cultura del bene comune, che poi non è altro che una rinnovata dimensione della cittadinanza. Viene citata, insieme ad altri riferimenti, la Dichiarazione di Strasburgo e il lavoro della Task Force del G8, ma soprattutto si sottolinea come tale via possa essere una risposta equa e sostenibile alle sfide della crisi attuale, finanziaria e non solo tale. Ciò implica una sensibilità diversa a livello di impresa (imprese profit e imprese con finalità sociali) e una riscoperta del valore del lavoro, al servizio dell’uomo e della collettività in cui non viene escluso il guadagno, legittimo, ma questo viene valutato e soppesato in rapporto ad altre variabili, come i risultati del processo e dell’azione intrapresa e un’incidenza sociale di ampio respiro.
Gli interventi relativi agli sguardi disciplinari dei tre Dipartimenti dello IUSVE si sono succeduti alla relazione della Keynote speaker, ben coordinati dalla giornalista RAI Maria Pia Zorzi, e hanno fornito ulteriori approfondimenti, secondo la propria prospettiva interpretativa.
 Franca Olivetti Manoukian, psicosociologa dello Studio APS di Milano, nella sua puntuale riflessione dal titolo Quale psicologia per una vita equa e sostenibile, all’inizio espone alcune considerazioni su che tipo di risposte gli aggettivi ‘equo’e ‘sostenibile’tendono a produrre nell’esercizio della complessa e variegata vita contemporanea. La relatrice fa emergere gli aspetti contraddittori e dialettici che la caratterizzano: risorse e vincoli sono sempre più interconnessi, insicurezze ed esigenze di rassicurazione sono in parallelo, benessere e malessere si intrecciano, sia a livello individuale che a livello collettivo, come viene evidenziato in alcuni esempi riportati
e tratti dall’esperienza professionale. In tali contesti i contributi della psicologia possono essere molteplici, indirizzati alla ricerca e alla formazione a livello istituzionale e alla pratica terapeutica. Tuttavia, accanto ai risultati positivi cui si è pervenuti grazie all’espandersi delle conoscenze psicologiche, alcuni dubbi esistono e si sintetizzano nella domanda: «la psicologia ha contribuito a costruire contesti sociali di vita equa e sostenibile?». Rispetto alle fratture esistenti, ecco allora la proposta: la necessità di ricomporre, gradualmente e in modo pertinente e sostenibile (perché le consapevolezze culturali sono lente da acquisire) le varie parti di un evento, di un processo,
per dare vita a nuove rappresentazioni e criteri interpretativi che tengano conto del contesto, presente e passato, in cui si è verificato l’evento. Una collaborazione fra esperti che si traduce in elaborazioni dialogate.


Roberto Albarea, dello IUSVE e dell’Università di Udine, nella sua esposizione (Sostenibilità in educazione: uno stile personale ed educativo) ha affermato come la sostenibilità sia un criterio e una dimensione trasversale, che si applica sia al concetto di sviluppo sostenibile sia a quello di società sostenibile, declinandosi nella sostenibilità interiore ed esteriore. Citando Papa Francesco, il relatore sottolinea come il discernimento, derivato dalla pratica ignaziana, sia un esempio di sostenibilità interiore ed esteriore: «non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto». Accanto al paradigma della complessità, nato nell’alveo della Modernità, la sostenibilità emerge come paradigma della postmodernità, o Late Modernity. Ambedue tali paradigmi sono intimamente connessi perché, se si vuole una possibilità di futuro per tutti, gli eventi complessi della contemporaneità vanno interpretati e gestiti secondo una visione sostenibile, la quale sottolinea la potenzialità dei limiti. Da qui le caratteristiche della relazione educativa, interpersonale e comunicativa che apre a margini di autonomia autoregolati e porta ad una educazione alle scelte e alla attenta considerazione delle conseguenze degli atti che si compiono, anche quotidianamente, nella vita di ciascuno. L’intervento si è concluso con
la elencazione particolareggiata delle componenti o qualità che sostanziano uno stile educativo personale sostenibile. Francesco Pira, docente dello IUSVE, nel suo intervento Comunicazione e sviluppo sostenibile, ha affermato come la comunicazione sia il fondamento dell’agire sociale, e quindi rechi con sé responsabilità profondamente educative. Ma la comunicazione ambientale, al pari di altri ambiti di comunicazione, di carattere sociale e non solo, sta scontando attualmente il limite della mancanza di una visione strategica e di una conseguente incapacità di dare vita ad un percorso coerente, creando così percezioni contraddittorie. Da qui la necessità di rendere operativo il diritto all’informazione ambientale inserendosi in quella trasformazione della relazione tra Pubblica Amministrazione e cittadini che porta alla maturazione e all’esercizio
di cittadinanza attiva. Essa implica, ovviamente, una attenta considerazione del linguaggio e l’uso di tecnologie che garantiscano approcci comunicativi migliori, ma non ci si può fermare a questo. Ci sarà bisogno di un processo continuo di monitoring e, soprattutto, occorrerà puntare sullo sviluppo di conoscenze e di presa di coscienza, mantenendo continuità di pensiero, un filo conduttore della memoria e della scoperta, comprensione della complessità degli eventi. Significa fare del territorio (quello micro come quello macro) il soggetto e l’oggetto della comunicazione, in modo da diffondere condivisione e senso di appartenenza ad un comune destino. Ecco allora che il compito, cui non può sottrarsi la comunicazione ambientale, è quello di arrivare ad essere cittadini del pianeta. Significa passare dall’essere merce e consumatori ad essere cittadini sostenibili, includendo certamente compiti di salvaguardia ambientale ma con l’intento di approdare ad una dimensione più vasta che punta ad un rinnovato modello di sviluppo e ad una diversa idea di cultura. La sfida del futuro, ha detto il relatore, può essere vinta solo nella misura in cui la viralità della conoscenza riuscirà a sopraffare il mare dell’ignoranza e delle false convinzioni.
Numerosi e puntuali gli interventi dei partecipanti, in massima parte docenti, studenti e corsisti dello IUSVE, che hanno permesso ai relatori di entrare in rapporto con gli interrogativi posti e hanno arricchito la discussione. In particolare Nicola Giacopini, vicepreside dell’Istituto e direttore del Dipartimento di Psicologia, ha rilevato come anche la scelta etica sia una condizione trasversale a tutti i settori disciplinari, superando la separazione tra Soft Sciences e Hard Sciences, in quanto ogni settore della ricerca e della conoscenza ha come fine di esprimere e di potenziare l’umanità presente in ciascuno di noi.


La seconda parte del convegno ha visto la costituzione di workshop che, come si evince dalla lettura di questo numero della rivista, testimonia la pertinenza, l’articolazione e la vivacità delle tematiche dibattute, permettendo così ai partecipanti, coordinati da un docente IUSVE, di avanzare osservazioni, critiche, progetti, proposte in modo più circoscritto e più aperto. Tale modalità ha permesso di redigere un report sufficientemente dettagliato che è stato compilato da un verbalizzatore presente in ogni workshop. I lavori dei tredici gruppi di sono svolti focalizzandosi sulle seguenti tematiche: ‘Sviluppo sostenibile, ecomafie e reati ambientali’, ‘Creatività per la vita quotidiana in un mondo complesso’, ‘Il fattore X nella società ipermoderna’, ‘Sostenibilità, agricoltura sociale ed effetti educativi’, ‘Le dimensioni della sostenibilità nella gestione delle risorse collettive’, ‘Quando il conflitto diventa risorsa. L’esperienza della cooperativa Servire’, ‘Perché c’è bisogno di cambiare stili di vita’, ‘Un nuovo umanesimo urbano’, ‘Identità dinamiche: il brand del futuro’, ‘L’alleanza tra reti digitali e comunità per un’ economia dell’uomo, ‘I linguaggi comunicativi dei mercati internazionali: l’altro geografico’, ‘L’ecosostenibilità come vantaggio competitivo di marketing’ e ‘Alimentazione, scienza sussidiaria’.

Un panorama che ha visto in reciproca interrelazione motivi propri del versante economico, urgenze sociali contemporanee, intenti e processualità educative, compiti di comunicazione, prospettive futurologiche e tensioni di equità e giustizia in un orizzonte mondialistico. Insomma un ottimo materiale per la rivista IUSVEducation, che ricerca una sua impostazione scientifica interdisciplinare, sorretta da motivazioni etiche e umane condivise.

Numero 2 - Dicembre 2013

Questo è il secondo numero della nuova rivista dello IUSVE, consultabile on line.

Esso raccoglie alcuni contributi dei tre Dipartimenti, Pedagogia, Psicologia e Comunicazione, come si era già annunciato nell’editoriale del primo numero. D’altra parte il sottotitolo parla chiaro: rivista interdisciplinare dell’educazione, secondo la prospettiva assunta oramai da molte altre riviste, nazionali ed internazionali.
Non sembra inutile ribadire anche in questo secondo editoriale ciò che costituisce il proprium della rivista.
Essa si pone, in primo luogo, come espressione della comunità educativa, scientifica ed etica dell’Istituto di Venezia, docenti e studenti compresi, e si rivolge a tutti coloro che sono in contatto con le iniziative e le attività proposte e implementate dallo IUSVE, nello specifico: master, corsi di riqualificazione e aggiornamento, stage, convegni, e così via.

Si tratta, quindi, di una interdipendenza tra le tre sezioni di cui è composto lo IUSVE, all’insegna delle finalità propriamente salesiane, che sono finalità educative rivolte ai giovani e al loro futuro, con in più una attenzione alle aree di frontiera (o di confine) tra le discipline; le zone di cui parlava Carmela Metelli di Lallo nel suo Analisi del discorso pedagogico (1966), che sono quelle in cui fruttificano meglio le ricerche più originali e ‘di frontiera’. Non a caso il nome doppio o triplo di alcune recenti discipline dimostra la fattibilità e la necessità di tale approccio.
La rivista, inoltre, reca con sé anche l’intento di presentarsi a ricercatori e studiosi di altre istituzioni, in modo che si possa parlare di un dialogo proficuo interno/esterno. Una rivista, insomma, che vuole rispondere alle esigenze di ricerca e alla ‘gioia del conoscere’ (parafrasando Jacques Maritain) e del dibattere di tutte le componenti dell’Istituto e di chi dall’esterno sarà sensibile alle tematiche affrontate e vorrà offrire il proprio contributo.
 E veniamo a questo numero.
 Esso presenta quattro saggi propriamente pedagogici, tre contributi di elaborazione psicologica, due apporti dalle scienze della comunicazione.

Il saggio di Lucio Guasti intende stabilire un rapporto tra epistemologia e formazione delle teorie. Gli insegnamenti che appartengono alla struttura del curricolo universitario dovrebbero avere sempre, come proprio fondamento, una definita teoria, perché l’Università è la sede propria per questa tipologia d’indagine. Tali osservazioni, che si snodano lungo interessanti reti concettuali ed espositive, conducono al punto cruciale dell’intervento, il quale ribadisce il fine verso cui tutte le ricerche sui fondamenti dovrebbero tendere: quello di pensare alla costruzione di un nuovo umanesimo di cui si sente ampiamente il bisogno.

Il contributo di Roberto Albarea, riprendendo alcune osservazioni di Giovanni Maria Bertin e di Jacques Maritain, avverte come uno
dei topic nel quale possano interagire il senso di ragione, l’istanza educativa, la sensibilità e l’attenzione al vivere sociale, (ingredienti dissolti nell’agire etico dell’educatore) sembra essere il ‘fare comunità’. Tale dimensione è rivisitata alla luce della contemporaneità, recuperando il passato, per il presente e il futuro, per arrivare a gestire pratiche democratiche e conviviali come opportunità di apprendimento e di autoapprendimento, recependo altresì le proposte urbanistiche dell’architettura (Social Housing), a livello internazionale (Biennale di Venezia).

Il contributo di Vincenzo Salerno è diviso in due parti: la prima esplora i significati di inclusione sociale da molteplici punti di vista, pedagogici, filosofici, sociali, e secondo la peculiare visione educativa salesiana. La seconda parte descrive le opportunità educative offerte dall’Associazione La Viarte, attraverso una presenza attenta e diretta sul territorio antropologico di riferimento (la ‘bassa friulana’) e una attività esperienziale con i giovani, i genitori e le comunità ecclesiali, configurandosi come un insieme che integra dinamicamente pedagogia del desiderio, pedagogia dell’amore e pedagogia della comunità.

L’articolo di Giuseppe Tacconi descrive un’esperienza formativa che ha coinvolto un gruppo di insegnanti nell’analisi delle proprie storie di formazione e che, proprio per questo, ha assunto valore euristico, configurandosi pertanto anche come percorso di ricerca.
L’articolo illustra come sia stato possibile sperimentare il valore trasformativo, sia a livello personale che professionale, del costruire insieme conoscenza, condividendo narrazioni, modi di essere e gestione delle relazioni educative.

I due saggi dell’area delle scienze della comunicazione esplorano temi che hanno riflessi non secondari nella formazione di una sensibilità educativa a tutto tondo: le espressioni artistiche, nelle loro diversificate modalità, riguardano dimensioni imprescindibili dell’essere umano e contribuiscono, in virtù del loro linguaggio affascinante e stimolante, a quella costruzione di un nuovo umanesimo di cui parla Lucio Guasti.

Il lavoro di Arianna Novaga, riguardante la concezione della fotografia as theatre, dimostra come questa espressione artistica, paradigma dell’immagine contemporanea, si sia affrancata dagli schemi estetici all’interno dei quali era rimasta intrappolata per troppo tempo e, attraverso una mediazione tra elementi tematici derivanti da altri settori, sembra aver rinnovato la propria matrice identitaria, costituita principalmente da pratiche di elaborazione e di fruizione mutuate dal teatro.
È così che «la messa in scena», in fotografia, recependo suggestions di tipo poliespressivo, sostenuta da indagini storiografiche e aperta ai dialoghi fra discipline e alle zone di frontiera fra esse, può proporre elementi del vivere personale e sociale, dare forma all’esperienza inventiva umana attraverso l’immagine.

Anche il contributo di Chiara Bertato affronta una tematica di indubbio interesse educativo: la ricerca analizza e definisce i codici comunicativi storico estetici del brutto nell’arte per delineare i caratteri del cattivo gusto estetico in divenire, attraverso una disamina storica, e per giungere a prospettare i tre tipi di fruitori oggi esistenti: il pubblico d’élite, il pubblico di massa e il pubblico diffuso. Il meta progetto esposto dall’Autrice si pone il compito di sviluppare coscienza di gusto per liberarsi proattivamente e quotidianamente da stereotipi e pregiudizi e riuscire a comprendere criticamente e condividere la sensibilità diffusa nella propria contemporaneità.
Questo per affermare come l’arte sia uno specchio che rimanda la percezione di ciò che si è, di ciò che è stato e di ciò che sarà.

Il trittico di elaborazione psicologica porta a riflettere su alcuni lavori (case study, ricerca sul campo, riflessione scientifica) che hanno
come focus percorsi ed interventi che sono da ricondurre nell’alveo di quell’ampio settore che si situa tra lo psicologico e l’educativo.

In effetti, il progetto di Elisabetta Colaci e di Carlo Andrea Robotti si presenta come una ricerca longitudinale su un Case Study in cui è stato utilizzata la Adult Attachment Interview, da cui poi si é partiti con il percorso terapeutico. Attraverso la terapia danza-movimento, scandito da azioni (percezione dei confini personali, significato dello sguardo degli altri su di sé e quello proprio del soggetto verso gli altri, esigenza di protezione e di rassicurazione, verbalizzazioni dell’esperienza e del percorso intrapreso, ecc.) si è giunti alla espressione di movimenti spontanei e alla delineazione di un futuro terapeutico in cui si possa distinguere «tra ciò che è minacciato da ciò che minaccia».

Sullo stesso tema intorno allo stile di attaccamento, che fa da sfondo
al lavoro di Colaci e Robotti, si esprime Davide Marchioro, questa volta esaminando il rapporto di attaccamento tra educatrice e bambino, con soggetti provenienti dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia.
 Si tratta di una ricerca sul campo, con rilevazioni da campione,
 che si è posta il compito di analizzare le associazioni tra l’oggetto transizionale e le caratteristiche di tale relazione. I rapporti reciproci di attaccamento tra adulto (educatrice, madre) e bambino vengono perlustrati con meticolosità attraverso una esposizione dei dati; l’Autore utilizza un determinato «modello interpretativo», quello relativo all’approccio psicodinamico allo sviluppo del pensiero, che comunque resta un modello cui riferirsi, (il cui ricorso risulta necessario ma non esaustivo), in quanto lo psichismo ha una complessità irriducibile ad un solo modello o prospettiva interpretativa.

Il contributo di Fabio Benatti esplora un tema particolarmente attuale: il rapporto tra disabilità e maltrattamento ed abuso verso l’infanzia e l’adolescenza. L’articolo esamina accuratamente i casi
di trascuratezza, maltrattamento e violenza sessuale, riportando
dati e ricerche sul tema e recependo le correlazioni significative del fenomeno con altre variabili intervenienti sui casi. L’Autore, facendo il punto altresì sui rischi educativi e psicologici emergenti da tali circostanze, avverte come debbano esser messi in atto particolari percorsi di istruzione ed avviare campagne di prevenzione a livello socio educativo, così da evitare ed ostacolare possibili derive di strumentalizzazione dei minori disabili, soggetti deboli e potenziali vittime dei reati a sfondo sessuale.

Sta al lettore rintracciare le possibili convergenze o divergenze tra i vari contributi: le ‘voci’ qui esposte sono derivate dal loro peculiare contesto di studio e di riflessione, ma con questo si tratta di impegnare il lettore a ricercarvi connessioni, interrogazioni, interpretazioni, stili espressivi e comunicativi, in un processo di testo/contesto, in una attività di reductio (il ‘ricondurre’) che ha come finalità il dialogo fra orizzonti diversificati ma comunque implicati in una logica di educazione e di autoformazione.

Si ringrazia, last but not least, Jeff Wall e Gianni Franceschini, che hanno messo a disposizione della rivista le immagini di alcune loro opere che arricchiscono i contenuti espressi.