Numero 4 - Dicembre 2014

Questo è il quarto numero della rivista dello IUSVE, consultabile on line.
Esso presenta due contributi di psicologia (Scibelli et al., Magro et al.), ben quattro saggi di scienze e tecniche della comunicazione, con alcune ‘invasioni di campo’ verso i temi della percezione estetica, dell’architettura, delle tecnologie musicali e della funzione dell’arte nella società contemporanea (Anello, Baccichet, Porceddu, Azzoni), una riflessione socioeducativa sulle utilizzazioni attuali del web (Cazzanti), un apporto filosofico in merito al valore educativo della didattica universitaria (Marchetto) e un contributo propriamente pedagogico (Benvenuti) che, in una certa misura, si rivela come una ‘alterfaccia’ dell’articolo di Marchetto.

Quello che colpisce, nella maggior parte di tali scritti, è il loro carattere e sviluppo interdisciplinare. Nessuno di essi (salvo, forse, i contributi del dipartimento di Psicologia) si colloca in modo completo ed esaustivo in un definitivo campo di ricerca: vi sono assonanze, suggestioni, stimoli provenienti da altri settori della conoscenza, se non proprio da ambiti rigorosamente disciplinari.
L’articolo di Sandra Scibelli, Susy Zanardo e Salvatore Capodieci è relativo ad un accurato studio empirico sulla relazione tra madri anziane e figlie adulte. Emerge la potenza e la significatività di tale relazione, intensa e problematica, attraverso i numerosi item e i dati aggregati e disaggregati analizzati dalla ricerca.
Un elemento distintivo è il carattere di ambivalenza che soggiace ai sentimenti legati a questa relazione. Tale ambivalenza è parte della struttura della relazione stessa, di cui la bambina prende coscienza sin dall’infanzia nel percepire la madre-oggetto e la madre-ambiente. Da qui gli schemi educativi vissuti (ereditati?) attraverso la propria madre, così che si evince la valenza trigenerazionale e transgenerazionale del fenomeno.

L’articolo di Tiziana Magro, Fabio Benatti, Arianna Comelli, Giuseppe Sartori, Laura Alessio, Silvia De Lorenzi, Sara Codognotto e Nicola Giacopini è relativo ad uno studio pilota di taratura e standardizzazione del Family System Test (FAST) di Thomas M. Gehring sulla popolazione italiana. Il FAST è un test proiettivo, sviluppato all’interno della cornice teorica sistemico-relazionale, per lo studio e l’analisi delle dinamiche e delle alleanze familiari. Tale ricerca segnala la collaborazione tra l’Università degli Studi di Padova e lo IUSVE. Il campione selezionato investe bambini, adolescenti ed adulti della realtà del triveneto. Lo scopo dell’indagine è quindi quello di importare in Italia uno strumento psicodiagnostico utilizzato all’estero per la valutazione delle capacità genitoriali, sia nei contesti clinici che nei contesti forensi.

Particolarmente attuale è il contributo di Moreno Baccichet il quale, fornendo una serie di foto ed immagini appropriate, fa comprendere come il ridisegnare lo spazio pubblico in alcune zone micro e macro del territorio francese non è più compito di una sola disciplina, ma necessita di una visione complessa e pluriprospettica che include i temi del dialogo e del vivere sociale, dell’urbanistica, della percezione del paesaggio, delle pratiche d’uso dell’ambiente, della progettazione partecipata.
La Francia è una delle nazioni più all’avanguardia in questo settore, sia negli studi che nelle loro applicazioni, come testimoniano le recenti Biennali di Architettura di Venezia. È come se l’intelligenza acuta francese, di stampo cartesiano, si incontri con una vocazione politica orientata alla cittadinanza attiva, così da coniugare gli spazi di aggregazione sociale con quelli oggetto di proposte e di elaborazione creativa.

L’interessante escursione di Michele Porceddu fa una retrospettiva storica dei supporti e delle tecnologie in ambito musicale, insieme alle loro interconnessioni con ambienti e contesti che hanno mutato, e continuano a mutare, le figure e i ruoli di artisti, produttori, aziende, negozianti e professionisti. Ne risulta una pluralità di usi della musica, sollecitata anche dallo sviluppo che in quest’ultimi cinquant’anni hanno avuto, prima i supporti analogici, poi le tecnologie digitali ed oltre.
Musica come prodotto e trasmissione, musica come ambiente, musica come spazio web: tutto questo fa sentire con una certa urgenza il bisogno di alcuni criteri interpretativi di tali fenomeni (anche perché sembra si stia assistendo ad un revival della prestazione dal vivo). Il contributo si pone lungo questa linea di percorso. Si tratta, per chi lavora in ambiti caratterizzati da una scelta etica, per educatori e operatori sociali e del territorio, di porsi in between tra le richieste del marketing musicale e aziendale (senza esserne subordinati) e finalità più propriamente sociali ed educative, in modo da inoltrarsi con una sufficiente e sostenibile competenza in questo mondo variegato, sorprendente e impensabilmente creativo, ma anche talvolta veicolo di produzione sottoculturale.

Il contributo di Alessia Anello si sofferma all’inizio sulle discussioni intorno al significato e al valore del termine Einfühlung, prima inteso come immedesimazione (Freud e Jung), poi come empatia: con ciò focalizzandosi, a proposito della seconda accezione, sull’importanza dell’empatia nella pratica psicoanalitica. Il termine è stato inoltre recuperato per spiegare la fruizione artistica, ma anche questa ipotesi non sembra essere adatta allo scopo, in quanto non considera le differenze individuali e non spiega l’infinita varietà di reazioni che si possono provare di fronte ad un’opera d’arte.
Lo stesso fondatore della neuroestetica, Semir Zeki, è tra i sostenitori del fatto che il meccanismo dei neuroni specchio non possa spiegare la fruizione artistica o, almeno, non completamente (per fortuna, diremmo noi). Da qui l’intento del saggio della Anello di provare ad integrare la ricerca psicologica con quella neuroscientifica sulla fruizione artistica, illustrando la proposta di Graziella Magherini, il cui scopo è quello di salvaguardare la complessa varietà delle differenziate percezioni/reazioni individuali, orientandosi così verso una valenza idiografica (la valorizzazione dei casi situati) piuttosto che nomotetica (la ricerca delle costanti). Ciò porta a sottolineare, ancora una volta, l’irriducibilità dell’umano e la sua valenza come microcosmo.

Il saggio di Simone Azzoni tende ad illustrare il problematico rapporto tra arte, Kitsch e souvenir. In arte, per Kitsch si concepisce un fenomeno periferico, marginale: un fenomeno incentrato sull’oggetto o sull’evento che dell’arte ha l’apparenza, senza averne la sostanza. È Kitsch l’oggetto di cattivo gusto che deriva dalla falsificazione e dalla contraffazione di un oggetto artistico autentico, replicato meccanicamente, variato nelle dimensioni, trasposto in un nuovo medium. Fotografia e scultura, pittura e cinema si sono contaminate di Kitsch fino ad aprire le frontiere dell’arte. Molti visitatori alle ultime edizioni della Biennale Arte di Venezia sono rimasti impressionati da tali contaminazioni.
In realtà, dice Adorno, il Kitsch è una parodia dell’esperienza estetica. E allora?
Tra gli artisti che cercano di sublimare il Kitsch c’è Daniel Gonzalez, artista argentino, intervistato dall’autore del saggio. Ma non è solo così. Se si leggono attentamente le parole di Gonzalez si capisce come un’idea creativa non appartenga tanto al suo creatore, semmai sia debitrice del suo tempo. L’arte non è un momento di rottura quanto un momento per porre grandi domande (e in questo sta la valenza formativa dell’arte).
D’altra parte tutte le civilizzazioni hanno creato idoli, monumenti celebrativi, oggetti da contemplare, da adorare e su cui meditare. Insomma, l’arte pubblica può essere celebrativa, può legarsi al passato o no, ma ciò che conta è che stabilisca un rapporto di dialogo con la sua contemporaneità.
Viene in mente ciò che diceva John Dewey a proposito del rapporto tra arte, creatività ed esperienza umana. Per Dewey, l’arte e il processo creativo sembrano rappresentare una sorta di prefigurazione della realtà, di quel principio interno di problematizzazione del reale e dell’umano che ne sottolinea la tensione tra il reale e il possibile, come un gioco tra componenti.

Il contributo di Roberto Cazzanti si occupa di Crowdsourcing, analizzandone le componenti sociali, comunicative, economiche e giuridiche. Si tratta di un terreno attraversato da luci ed ombre, in cui accanto ad implicazioni di tipo eticosociale che riguardano la promozione di una cittadinanza attiva, c’è anche una utilizzazione del Crowdsourcing che rappresenta un tentativo, già avviato, di rimodellare il marketing aziendale, conducendo a nuove e più raffinate forme di sfruttamento nel lavoro. È sempre lo stesso annoso problema della tecnologia, di cui si è parlato al Forum internazionale sulla Positive Economy, tenutosi presso la Comunità di San Patrignano, nel giugno di quest’anno: si usa la tecnologia per un sempre maggiore, veloce ed efficace profitto o essa serve per liberare energie ed occasioni di sviluppo umano? Il primo numero di IUSVEducation, precedente a questo, traccia alcuni punti e linee di forza della questione.
Così che, non sembra fuori luogo, nell’articolo di Cazzanti, il riferimento ad Adriano Olivetti, per riprendere, in tempi oggi così mutati, una riflessione critica in merito al valore collettivo del lavoro.

Il pregevole saggio di Michele Marchetto ci ricorda qual è il ruolo di chi insegna a livello universitario e, in genere, quale configurazione assume la figura dell’intellettuale (si cita Gramsci) che si prefigge di riflettere e di ‘arare’ su una Bildung che continua a rimanere, tra Modernità e Postmodernità, il proprium di ogni educazione integralmente intesa. Da Newmann a Morin, da Gadamer ad Eliot, Marchetto avverte dei pericoli cui si può incorrere con una pseudoconoscenza e una pseudocultura ridotte a giustapposizione di immagini od icone (il non-proposizionale, citato da Morin e dal linguista Raffaele Simone), a pure informazioni, a performativity (cosa ben diversa dal pragmatismo deweyano), per giungere ad affermare come: «Il vero sapere sia una disposizione, un possesso personale e una dote interiore», da coltivare e renderci fieri cosicché insegnando una parte si insegni il tutto. Solo nell’accettare la propensione alla conoscenza come una funzione ineliminabile dell’intelligenza e della persona si può comprendere questo apparente paradosso. Sembra qui riecheggiare il concetto di habitus così caro alle riflessioni di Jacques Maritain che puntualizzava, a sua volta, l’importanza dell’educazione generale di base, la quale non doveva essere, per il filosofo francese, un sapere enciclopedico, piuttosto tradursi in una disposizione centrata sulla ‘forma’ dell’essere e dell’apprendere, preludio all’alta formazione (che è poi il focus del saggio di Marchetto).

Ispirato alla pedagogia salesiana, ma non estraneo alle riflessioni precedenti, con una speciale attenzione alle attuali condizioni socioculturali, pur mantenendo l’apporto fondativo di San Giovanni Bosco, è l’articolo di Loris Benvenuti. L’autore sottolinea come l’emergere prepotente della soggettività e la sua valorizzazione nelle società occidentali (e non più solo in queste) abbia, sul piano educativo, posto in secondo piano le pratiche comunitarie ed inclusive nel contesto di una gestione consapevole dei legami sociali, di una pedagogia di ambiente e di una pedagogia del dono.
La modernità e il neocapitalismo di stampo liberista si sono interessati all’educazione dal punto di vista del recupero delle risorse produttive individuali (che vengano definite ‘umane’ o no, è secondario e talvolta retorico): il fatto che si sottolinei le Life Skills, come il decision making, il problem solving, l’autoconsapevolezza, la realizzazione di sé (su questa equivocità si veda quanto scrive Charles Taylor) è illuminante di una certa unilaterale posizione.
La pratica laboratoriale proposta dall’autore punta a costruire nella scuola una categoria di ‘benessere’ condivisa e partecipata, andando oltre una mera interpretazione soggettivistica ed aprendosi ad un’educazione alle relazioni e ai legami che danno senso alla vita integrale di tutti e di ciascuno.

Insomma: si tratta di contributi aperti che si segnalano per le loro risonanze profonde e per la loro caratteristica a non rinchiudersi in connotazioni eccessivamente specialistiche e in spazi autoreferenziali.