Numero 8 - Dicembre 2016

I primi quattro saggi di questa rassegna si riferiscono all’utilizzo differenziato e creativo della tecnologia. C’è come un filo rosso che tiene uniti sia gli addetti ai lavori sia coloro che hanno prevalenti altri interessi di ricerca, e così è anche per i quattro contributi, che vengono da sponde diverse. Due degli autori (Adamoli e Luca) sono docenti del Dipartimento di Scienze e Tecniche della Comunicazione dello IUSVE, un altro (Fasoli) insegna ai Dipartimenti di Psicologia e Pedagogia, il quarto (Cazzanti) è un insegnante, ricercatore esterno all’Istituto, che ha conseguito all’Università di Udine il Dottorato di Ricerca in Comunicazione Multimediale.

Matteo Adamoli (Prendersi cura della comunicazione nella rivoluzione digitale) avanza un’acuta analisi della cosiddetta rivoluzione digitale, con alcune delle sue più rilevanti conseguenze, e fa propria l’ipotesi del ruolo del comunicatore come social designer, figura non avulsa da compiti peculiarmente educativi. L’ articolo mostra come un percorso di questo tipo possa innescare circuiti di conoscenza virtuosi in cui al centro c’è l’uomo e la sua comunità di appartenenza, nella continua ricerca di promuovere relazioni umane e stili di vita più autentici condivisi.

L’ articolo di Stefano Luca, in merito alla presentazione di un laboratorio di Sound Design, si prefigge di indicare un interessante percorso educativo finalizzato a sviluppare nei bambini e nei preadolescenti la sensibilità nei confronti delle opere d’arte esposte nei musei, attraverso la pratica del design sonoro. L’ autore, ben consapevole della varietà delle sue applicazioni, va più in là, mostrando nell’articolo come, in un intreccio interdisciplinare composto di teorizzazioni e competenze musicologiche, intenzionalità pedagogica e mezzi tecnologici, si possano utilizzare una diversità di strumenti hardware, software, acustici, di animazione e di ambiente sonoro, finalizzati non solo agli apprendimenti sonoromusicali, pur importanti, ma a collocarsi nel più ampio spettro di una autonomia personale dei soggetti. In questo modo, si sviluppano in loro alcune capacità come: la gestione sostenibile della performance finale, l’uso appropriato del tempo e la memorizzazione non convenzionale delle sequenze sonore, la responsabilità di assumersi la realizzazione di un obiettivo e portarlo a termine attraverso una dinamica di relazione fattiva con l’altro o con gli altri, e così via. Questo per testimoniare, ancora una volta, come il mondo del sonoro possieda una valenza educativa trasversale.

Giovanni Fasoli (Vita social e Decision making. Ipotesi di una psicopedagogia 3.0) nel suo denso contributo afferma che per poter operare con competenza in un società che egli definisce quale «multi-schermo», ci sia bisogno di un professionista post-digitale, il quale faccia riferimento ad una pedagogia in progress che si occupi di una psicologia dell’orientamento del nativo digitale. Si tratta di abituare/educare colui che vive una vita da social ad affrontare gli inevitabili scacchi della vita e a sopportare la frustrazione, per rielaborarla in senso positivo. Molta fragilità che si riscontra nei giovani dipende proprio da questa incapacità. L’ elaborazione del lutto, direbbero Freud e gli psicoanalisti. Questo percorso si traduce in un approccio integrato che metta in relazione componenti comunicative, educative e psicologiche.

Roberto Cazzanti (Droni, deterrenza e guerra. Un approccio multidisciplinare alle ragioni della pace) sottolinea la necessità di stringenti azioni educative indirizzate a contrastare la tendenza ad annullare la diversità e l’alterità in situazioni delicatissime, come le zone di guerra, facendo ricorso all’uso di robot, macchine e software in campo militare (una delle derive della tecnologia). Egli ne ravvisa le pericolose conseguenze ricordando come una rinnovata coscienza democratica e partecipativa diventi un intento emergente, accanto ad un processo fattuale di riconversione dell’industria bellica, proprio ora che siamo in un periodo storico in cui un graduale trasferimento di rappresentatività debba fluire dalle specificità nazionali agli organismi sopranazionali, con uno sguardo che ne ampi le prospettive.

Federico Battaglini (Il sapere che fa ‘la differenza’), nel suo stimolante contributo, inizia col sottolineare come l’esercizio della ragione abbia abituato l’uomo (soprattutto quello occidentale) a discriminare, a dividere in parti discrete un tutto che originariamente risulta indifferenziato, per cui l’incontro con ciò che in qualche modo non sia significabile e rappresentabile, costituisce per l’essere umano una esperienza di horror vacui: è l’esperienza del vuoto, di derivazione dai mistici della tradizione cristiana come da quelli della tradizione buddista. Battaglini da buon psicologo avverte che, dove il pensiero razionale esaurisce la propria efficacia, nasce la terza dimensione, e cioè un approccio dominato da una componente simbolica. Lo spazio cognitivo del ‘come se’, teorizzato da Winnicott, non sarebbe dunque soltanto il dominio caratteristico del gioco e dell’immaginazione ma molto di più: la capacità simbolica costituirebbe il fondamento stesso della creatività del pensiero umano e della sua capacità di astrazione. Perciò con le parole di Bateson si può dire che «I miti del pensiero simbolico fanno pensare al bozzolo filato dalla larva; senza tale riparo essa non potrebbe effettuare la sua crescita».

Marco Zuin, giovane ricercatore dello IUSVE, riporta nel suo articolo un accurato studio correlazionale sui rapporti tra intelligenza e suggestionabilità (cercando di ovviare alla poca messe di dati aggiornati in proposito, su questo tema) affermando come non esista, in generale, una connessione significativa tra queste due dimensioni. Tuttavia egli rileva interessanti osservazioni se si prendono in considerazione le variabili relative alle varie fasce di età o alle appartenenze di genere. Lungo tale disamina l’autore evince come tali variabili siano importanti soprattutto se applicate in campo psicogiuridico e consulenziale.

Di particolare rilevanza il ricordo della figura umana e professionale di Francesco Simeti, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, scritto a due mani da Umberto Fontana e da Raffaella Felisatti. Viene riportata una intervista allo studioso, intervista condotta dalla stessa Felisatti, in cui emergono le coordinate del suo pensiero ma sopratutto le vicende legate al laboratorio dell’immaginario che aveva, ed ha, lo scopo di esplorare e ricercare nei bambini i contenuti interiori, attraverso soprattutto il linguaggio non verbale. Insomma: una dovuta testimonianza.

Infine, il numero si chiude con un report: si tratta del contributo di Roberto Albarea e di Paola Ottolini (Il sistema educativo maltese: alcune osservazioni sulla scuola paritaria). Il saggio riguarda una visita di studio effettuata a Malta, insieme con alcuni insegnanti frequentanti un Executive Master, promosso ed organizzato a Padova dalla Fondazione Bortignon, con la collaborazione della FIDAE del Veneto e dello IUSVE. Le informazioni raccolte provengono da due differenti versanti: il versante istituzionale che riguarda il sistema educativo maltese nel suo complesso (incontri al Ministero dell’Istruzione) e il versante della esplorazione qualitativa su campo, attraverso una visita face to face alle scuole del sistema paritario.

La visita ha avuto anche lo scopo di avviare specifiche relazioni con le scuole, paritarie e non, dello Stato maltese, al fine di programmare periodi ed esperienze di tirocinio per gli studenti dei dipartimenti di Psicologia e Pedagogia dello IUSVE.

Questo numero, come il precedente, testimonia della varietà degli interessi di chi lavora presso lo IUSVE.