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Numero 18 - Giugno 2021

L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. Ognuno di noi dispone in sé di un’identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso. La capacità di riflessione, il ragionamento, la creatività, l’interpretazione, l’elaborazione artistica ed altre capacità originali mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico. La novità qualitativa implicata dal sorgere di un essere personale all’interno dell’universo materiale presuppone un’azione diretta di Dio, una peculiare chiamata alla vita e alla relazione di un Tu a un altro tu. A partire dai testi biblici, consideriamo la persona come soggetto, che non può mai essere ridotto alla categoria di oggetto (Papa Francesco 2015: 81).

Se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini. Il loro interesse di classe, di gruppo, di Nazione li oppone inevitabilmente gli uni agli altri. Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere, e ciascuno tende a utilizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza riguardo ai diritti dell’altro. […] la radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può violare: né l’individuo, né il gruppo, né la classe, né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale, ponendosi contro la minoranza (S. Giovanni Paolo, in Papa Francesco 2020: 273).

Questi testi costituiscono i fondamenti di un paradigma antropologico “nuovo”, che, agli occhi dei suoi detrattori, “nuovo” non è: si appella, infatti, ai principi della concezione cristiana della persona che derivano dalla Rivelazione, ribaditi dal Pontefice e, prima di lui, da San Giovanni Paolo. Ma che questo paradigma non sia “nuovo” non significa che sia “vecchio”. “Vecchio” è piuttosto quello che ha guidato la vita dell’uomo nei secoli della modernità fino ad oggi, quello che Francesco designa come «paradigma tecnocratico, […] omogeneo e unidimensionale», quello dominato dall’idea di «una crescita infinita o illimitata», quello in cui «l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti», (Papa Francesco 2015: 106). L’«eccesso antropocentrico» che lo caratterizza, esige che l’antropologia cristiana sia ripresa e presentata in forma adeguata e rinnovata, che trasformi l’uomo «signore dell’universo» nel suo «amministratore responsabile» (ibi: 116). Le parole con cui si apre questo editoriale, allora, non sono la riproposizione del già visto e sentito, ma risuonano come l’annuncio di una novità perenne: «Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (ibi: 118).

È questa l’indicazione che ha promosso e orientato le scelte del convegno “Land’s End: per la cura della casa comune”, tenutosi allo Iusve il 21-22 aprile 2021, del quale nelle pagine che seguono si presentano le relazioni di Michele Candotti (Lo stato del pianeta) e di Adriano Fabris (Per un’ecologia degli ambienti digitali), e gli esiti sintetici del dibattito svoltosi a seguito degli interventi dei relatori. Insieme alla sintesi delle discussioni si troveranno anche gli abstract dei loro contributi, destinati ad essere pubblicati altrove per intero, sempre a cura dello Iusve.

Questa parte della rivista è introdotta, come nel numero precedente, da un dossier di immagini di autori di particolare rilievo nel panorama attuale curato da Milena Cordioli e Arianna Novaga. Il loro contributo è il secondo tassello di un’antologia iconografica sul concetto di physis e sulla ricerca artistica ad essa correlata. L’itinerario critico è rivolto qui al tema della germinazione, «intesa come sintesi del processo di vita, morte e rinascita perpetuamente inscritto nella relazione fra uomo e natura: un legame inesorabile, che gli artisti spesso hanno cercato di racchiudere in una figura, elaborando la dialettica aristotelica tra atto e potenza. Ognuna delle immagini selezionate conchiude l’energia del processo e della sua rappresentazione ed esprime il senso di una conquista, l’attualizzazione di un desiderio di appartenenza e di ri-conoscenza di un habitat lontano; il bisogno di arrivare al punto in cui i confini diventano labili, dove la presenza umana si confonde con gli elementi naturali, dal più microscopico al più macroscopico, dall’infinitamente prossimo all’estremamente distante».

Oltre ai testi di Candotti e Fabris, le immagini introducono al modello di ecopsicologia proposto da Marcella Danon come una pratica emblematicamente transdisciplinare, e alla discussione derivata dal convegno, in cui, facendo riferimento prevalentemente ai capitoli I e III della Laudato si’, si affrontano i temi dello stato del pianeta, della degenerazione dell’antropocentrismo e del suo rapporto con il potere, della tecnologia e della tecnocrazia, sofisticate eredi della tecnica che diede un impulso decisivo alla nascita della scienza moderna. Fu proprio il suo «araldo», il filosofo Francesco Bacone, a mettere in guardia l’umanità dai rischi in cui poteva incorrere se non ne avesse governato l’uso con «la retta ragione e la vera religione» (Bacone 2002: 239):

Vogliamo ammonire tutti gli uomini a riflettere sulle vere finalità della scienza; e a non ricercarla per il piacere dell’anima, o per farne oggetto di dispute, o per disprezzare gli altri, o per il proprio vantaggio, o per la fama, o per il potere, o per fini di questo tipo, anche più meschini, ma per il bene e l’utilità della vita; la perfezionino e la coltivino in spirito di carità. Gli angeli, infatti, caddero per la sete di potere; gli uomini, per la sete di sapere; ma, nella carità, non c’è eccesso; né l’angelo né l’uomo si sono mai trovati in pericolo a causa di essa (ibi: 27).


Ritorna allora l’esigenza di riprendere la novità perenne del “nuovo” paradigma, al quale dovrà ispirarsi l’educazione, intesa come «una conversione interiore» (Papa Francesco 2015: 217), com’è anche nella tradizione platonica:

“Conviene ritenere – dissi io – che […] l’educazione non sia quale la dipingono alcuni che ne fanno professione. Dicono, infatti, che pur non essendoci nell’anima la conoscenza, essi ve la immettono, come se immettessero la vista in occhi ciechi”. “Effettivamente lo sostengono”, ammise. “Invece – continuai –, il mio ragionamento mostra che questa facoltà presente nell’anima di ognuno e l’organo con cui ognuno apprende, proprio come l’occhio, non sarebbe possibile rivolgerli [stréphein] dalla tenebra alla luce se non insieme con tutto il corpo, così bisogna girarlo [periaktéon] via dal divenire con tutta intera l’anima, fino a che non risulti capace di pervenire alla contemplazione dell’essere e al fulgore supremo dell’essere: ossia questo che diciamo essere Bene. O no?”. “Sì”. “Di ciò, ossia di questa conversione [periagoghés] – dissi io –, ci può essere un’arte, che insegni in che modo l’anima possa essere più facilmente e più efficacemente girata. E, quindi, non si tratta dell’arte di immettervi la vista, ma di metterci mano <per orientarla>, tenuto conto che essa già la possiede, ma non riesce a volgerla nella giusta direzione, né a vedere quel che dovrebbe” (Platone 1991: 518b-d, 1241).

Questo ampio orizzonte di valore in cui collocare i processi educativi, è lo sfondo in cui si leggono i contributi della rivista dedicati agli strumenti per migliorare l’azione didattica. Essa, infatti, non è disgiunta dai principi di fondo di una concezione dell’educazione fondata sulla centralità e sulla integralità della persona, illustrata anche da Anna Chiara Rubin nel suo The alternance pedagogy and the integral education of person. La stessa riflessione sulla formazione dei docenti alla didattica, il cosiddetto Faculty Development, presentata nell’articolo a più mani Lo sviluppo professionale dei docenti universitari. Il caso dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia, non può prescindere da questo sfondo: l’azione didattica è strumento in funzione sì del perseguimento di competenze, ma all’interno di un quadro valoriale che intende contribuire a formare la persona. Cosicché la crescita professionale del docente si traduce anche nella crescita personale dello studente. La parte che questo numero della rivista dedica all’educazione, confluisce nella call for proposals che lo chiude, introdotta dalla sintesi del dibattito redazionale sul perimetro dell’educativo.

Bacone, F. (2002). La grande instaurazione. Parte seconda, Nuovo Organo (M. Marchetto, Ed.). Bompiani.
Papa Francesco (2015). Laudato si’. San Paolo.
Papa Francesco (2020). Fratelli tutti. Morcelliana.
Platone (1991). Repubblica. In Tutti gli scritti (G. Reale, Ed.). Bompiani.

Numero 17 - Marzo 2021

Laudato si’, mi’ Signore,
per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi
con coloriti flori et herba
(San Francesco, Cantico delle creature)

Il 2021 della rivista “IUSVEducation” si apre con un numero speciale, che si aggiunge ai due consueti, in uscita a giugno e dicembre. È il segno del rinnovamento di tutto lo IUSVE, che nell’anno accademico corrente si presenta con nuovi Statuti e con un nuovo progetto culturale, la cui espressione più evidente è nell’articolazione triennale dal titolo “Ecologia integrale e nuovi stili di vita”. “IUSVEducation” ne sarà parte integrante, dando voce alla riflessione e alle iniziative in cui il progetto si declina, in continuità con lo spirito che l’ha animata negli anni precedenti e con una rinnovata spinta vitale. Ne sono manifestazione innanzitutto la direzione, la redazione e il comitato scientifico, rappresentativi di diversi settori disciplinari, in dialogo fra loro, secondo l’impostazione interdisciplinare data alla rivista fin dalla fondazione, il 2013, dall’allora direttore Roberto Albarea, che l’ha guidata con sapienza e saggezza fino al 2020. A lui va il mio e nostro ringraziamento per aver saputo dare forma e stabilità ad una proposta culturale che nel corso del tempo si è ritagliata uno spazio significativo e apprezzato da più parti.

Nuova è anche la veste grafica della rivista, dalla copertina alla impaginazione. In particolare si è deciso di dare forza espressiva e qualità estetica alle immagini. Per questo le pagine centrali sono occupate da un inserto di fotografie e di riproduzioni di opere d’arte, che hanno, esse stesse, il valore di un vero e proprio articolo: non hanno bisogno di parole se non di quelle che descrivono la provenienza e il breve profilo dell’autore, come dicono nel loro “foto-saggio” Milena Cordioli e Arianna Novaga, che hanno coadiuvato Michele Lunardi anche nell’ideazione della nuova veste grafica. Per questa scelta di fondo valgono le parole di Hermann Broch: «L’immagine è la benedizione e la dannazione della vita umana; solo in immagini essa può comprendere se medesima, e insopprimibili sono le immagini, esistono in noi fin dall’inizio dell’umano gregge, procedono e superano la forze del nostro pensiero, sono fuori del tempo, racchiudono in sé passato e futuro, sono un doppio ricordo del sogno, e sono più forti di noi» (La morte di Virgilio).

La nuova copertina intende dare immediata visibilità al progetto triennale “Ecologia integrale e nuovi stili di vita”, alla cui articolazione è completamente dedicato questo numero. Il suo motivo ispiratore è la lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, di grande attualità a cinque anni dalla sua pubblicazione per la gravissima crisi della nostra Terra Patria, accentuata dalla pandemia e dai suoi effetti. Chiaro è il suo messaggio:

L’educazione ambientale è andata allargando i suoi obiettivi. Se all’inizio era molto centrata sull’informazione scientifica e sulla presa di coscienza e prevenzione dei rischi ambientali, ora tende a includere una critica dei “miti” della modernità basati sulla ragione strumentale (individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole) e anche a recuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio. L’educazione ambientale dovrebbe disporci a fare quel salto verso il Mistero, da cui un’etica ecologica trae il suo senso più profondo. D’altra parte ci sono educatori capaci di reimpostare gli itinerari pedagogici di un’etica ecologica, in modo che aiutino effettivamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione (Papa Francesco, Laudato si’, 210).

Ne è derivata una riflessione ad ampio raggio, il cui punto di partenza è l’efficace descrizione dello stato del pianeta contenuta nella Prolusione al Dies Academicus dello IUSVE (20 febbraio 2021) di Michele Candotti, Capo Gabinetto e Direttore dello “United Nations Development Programme”, dal titolo Antropocene. Il potere di distruggere e il potere di riparare. Le sue conclusioni indicano una strada («Scegliere se usare la conoscenza come potere di riparare, o l’ignoranza come arma di distruzione»), il cui perno è la conoscenza.

Abbiamo quindi ritenuto importante definire i contorni epistemologici dell’ecologia integrale, assumendo come punto di riferimento la critica di Papa Francesco al paradigma tecnocratico dominante. «Tutto è connesso», sottolinea il Papa, di contro all’iper-specialismo antropocentrico della univoca razionalità tecnico-scientifica. In questa cornice si collocano i contributi sui caratteri della razionalità tecnocratica (Michele Marchetto), sulla transdisciplinarità (Lorenzo Biagi) e sulla complessità come fondamento dell’approccio ai temi dell’ecologia che, in quanto “integrale”, comprende tutte le dimensioni umane e sociali. Su questa linea siamo onorati di ospitare il saggio di Mauro Ceruti, La sfida di un destino comune nel tempo della complessità, uno dei maggiori protagonisti dell’elaborazione del pensiero complesso, che riprende la relazione tenuta allo IUSVE il 28 novembre 2020. Nel sostenere la necessità di una cultura planetaria e di un umanesimo planetario, egli esprime l’esigenza di «comprendere l’indivisibilità e nello stesso tempo la pluralità dell’umanità, e poi anche l’idea della indivisibilità della vita umana, da intendersi, allo stesso tempo, terrestre, biologica, psichica, sociale, culturale». Se le preoccupazioni ecologiche oggi costituiscono un discorso trasversale, non potranno che connettere, non separare, le inevitabili diversità dei punti di vista delle culture. L’umanità dovrà comprendersi come «una e molteplice, una perché molteplice, molteplice perché una»: un’utopia concreta e possibile, «l’orizzonte ineludibile di una nuova Paideía, la Paideía di un nuovo umanesimo planetario, capace di raccogliere la sfida di abitare la complessità, che è la sfida di un destino comune».

La riflessione epistemologica e il contributo di Ceruti hanno suscitato la discussione sia in occasione della sua relazione di novembre sia all’interno del Collegio dei Docenti IUSVE. Il risultato sono cinque sintesi e quattro contributi specifici. Quanto alle sintesi, raccolgono il dibattito intorno ai seguenti nuclei:

  • La complessità del pianeta: tra necessità e strategia (Davide Girardi): «A causa dell’egoismo – scrive il Papa – siamo venuti meno alla nostra responsabilità di custodi e amministratori della terra. L’abbiamo inquinata, l’abbiamo depredata, mettendo in pericolo la nostra stessa vita». Quali sono i comportamenti umani che in questo momento provocano “il grido della terra”?
  • Il rapporto mente-cervello nel paradigma della complessità (Marco Pitteri): la nostra mente è l’organo del corpo umano che durante il processo di ominizzazione si è distinto per il tasso di accrescimento e aumento di complessità maggiore rispetto agli altri.
  • Complessità e sfida educativa (Emanuele Balduzzi): la sfida educativa della complessità vede insieme docenti e studenti, perché non è solo una questione teorica ma esistenziale. Quale habitus condividere per abitare questo mondo e per “progettare” un nuovo futuro?
  • La complessità della comunicazione tecnologica (Matteo Adamoli): comunicare la complessità è la prima sfida; la seconda è imparare a muoversi nella complessità della comunicazione; la terza è una sfida politica: quale cittadino per una comunicazione che sembra “complicare” la partecipazione alla vita comune?
  • Complessità e potere (Lino Rossi): «Il potere può assumere, e ha assunto nel corso della storia, le forme più diverse. Cosa ci viene in mente quando pensiamo al potere? Pensiamo al capo di stato, al sindaco della nostra città? Al poliziotto che alza il manganello per mantenere l’ordine pubblico? Certo, può essere tutte queste cose. Ma nella società complessa e smaterializzata di oggi il potere si insinua nelle nostre vite in modi molto più sottili. E allora è più che mai necessario tornare a riflettere sulle radici del problema e domandarsi: che cos’è e come si esercita il potere?» (N. Luhmann).

Il saggio di Daniele Callini completa la discussione proponendosi di avviare una riflessione critica sui temi della complessità, sui suoi oggetti e sulle modalità di analisi ad essa conformi, cercando di coniugare e integrare la lettura epistemologica con quella pragmatica.

Lo scenario in cui si colloca l’epistemologia della Laudato si’ comprende anche i tentativi di trarne delle conseguenze relative al mondo dell’educazione, a quello delle professioni e alla cura della dimensione abitativa, architettonica e sociale. Conversione antropologica, riscoperta del legame costitutivo di fraternità, auto-trascendenza personale sono i temi che innervano la sfida che la Laudato si’ muove all’educazione (Emanuele Balduzzi). Ripensare alla professione riflettendo con paradigmi diversi e utilizzando un approccio ecologico richiede il pensiero complesso, l’adozione di una prospettiva evolutiva e l’accettazione dei limiti della conoscenza umana, che fanno della professione non solo un patrimonio collettivo, ma anche una forma di gratitudine per l’ecosistema (Ferruccio Cavallin). Infine, la Laudato si’, nella misura in cui si rivolge «a tutti gli uomini», richiamandoli ad un impegno vero e urgente nei confronti della “casa comune”, incrocia esperienze e pensieri che costituiscono il patrimonio della filosofia, dell’antropologia, degli studi sociali, dell’architettura, ambiti in cui la cura del mondo passa dall’incontro con l’altro (Federica Negri).

In questi termini il numero speciale di “IUSVEducation” intende contribuire alla riflessione sui temi dell’ecologia integrale, sollecitando anche nuovi stili di vita:

Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione (Papa Francesco, Laudato si’, 215).

Numero 16 - Dicembre 2020

Con questo numero termina la mia collaborazione a IUSVEducation, in quanto direttore scientifico della rivista.

Gli articoli qui presentati sono, a mio parere, rilevanti e di diversa provenienza, così da testimoniare la tensione e il rispetto (e mi si perdoni l’inserzione personale) che mi hanno accompagnato in questi otto anni di lavoro. Si è cercato di non escludere aprioristicamente alcun autore, al di là del ruolo ricoperto: potevano essere docenti o affermati ricercatori, neolaureati o collaboratori esterni, confidando nelle risorse dell’intelligenza personale di ciascuno.

Sono stato aiutato da molte persone, sia dai membri del comitato di redazione sia da collaboratori capaci, perché su di essi ho fatto affidamento. Lo ripeto: ho fatto riferimento principalmente alle persone.

A tutti loro va il mio ringraziamento sincero.

Per quanto riguarda il presente numero, si vedrà che alcuni scriventi sono gli stessi che hanno fornito contributi apparsi nei due numeri precedenti (Michele Marchetto e collaboratori, di cui abbiamo apprezzato l’impegno nel contributo del n. 16; Enrico Orsenigo e Marco Marcato), altri autori sono collaboratori non nuovi nel contesto della rivista (Marcella Bounus e Cristiano Chiusso).

Questo per testimoniare la continuità nei percorsi di riflessione e di ricerca che ciascuno ha intrapreso. A tali affezionati collaboratori si aggiunge in questo numero Vincenza Festa, la quale  presenta uno studio sulla dispersione scolastica in una zona del Napoletano complessa e frastagliata; d’altra parte la Festa lavora da anni presso il Cantiere Giovani, una ONG di Frattamaggiore che favorisce e diffonde azioni di volontariato, si occupa di politiche giovanili, di inclusione sociale e di promozione culturale, per cui il lavoro, frutto della sua tesi magistrale, si presenta come una ricerca sul campo, documentata sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista della propria esperienza personale.    

Gli articoli spaziano da alcune riflessioni propriamente filosofico-educative (Marchetto e coll ) ad attente esplorazioni su casi specifici (Bounous e Marcato), dall’importanza del pensiero critico e divergente (Orsenigo) a interessanti indicazioni relative ad una rinnovata configurazione del ‘fare impresa’ (Chiusso) sino alla ricerca testimoniata sul campo della citata Vincenza festa.

 Il contributo di Luca Cremasco, Francesco Manfré e Denis Rossi, coordinato da Michele Marchetto, dal titolo Letture jaspersiane: Psicologia delle visioni del mondo, è l’esito di un laboratorio condotto con gli studenti del corso di laurea di Psicologia dello Iusve nell’a.a. 2019-2020. Il suo intento è di introdurre alla lettura dell’opera dello psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers, Psychologie der Weltanschauungen, con l’attenzione a riflettere sia sullo statuto epistemologico della psicologia in relazione alla filosofia, sia sulle implicazioni esistenziali della pratica psicologica. In ciò l’articolo, che non vuole nè può essere esaustivo, si distingue per gli strumenti ermeneutici che offre al lettore interessato alla tematica.

Marco  Marcato sviluppa una analisi dell’Hikikomori, come manifestazione socio-psicologica e patologica, per spaziare oltre, attraverso un percorso intrecciato di riferimenti interessanti e stimolanti, fra i quali emerge l’esperienza del Monte Verità, che diede vita anche agli incontri multidisciplinari di Eranos, descritti ed analizzati dall’autore.

Da parte sua Marcella Bounous offre in questo numero uno stimolante studio sperimentale che ha come focus l’autoregolazione corporea nella pratica sportiva, la quale include le dimensioni educative della consapevolezza, della disponibilità e della interpretazione di sé; dice l’Autrice: «Il nucleo portante di queste pratiche di accettazione è quello di sviluppare una capacità contemplativa rispetto ai propri stati interni: osservare, accettare senza modificare».

L’articolo di Enrico Orsenigo porta a pensare e a riflettere intorno al lavoro dell’intelligenza critica e al ruolo della resistenza (o della resilienza), facendo emergere la dimensione dell'interrogativo (piuttosto che le facili risposte) rispetto alle problematiche emerse agli inizi di questo terzo decennio del XXI secolo.

Il contributo di Cristiano Chiusso risulta essere un puntuale excursus sulle competenze imprenditoriali oggi necessarie: sottolineando come l’imprenditorialità sia intesa soprattutto: «come l’abilità dell’individuo di trasformare le idee in azioni; comprende competenze trasversali quali la creatività, l’innovazione e l’assunzione di rischi, la pianificazione e la progettazione per raggiungere degli obiettivi; essa non serve solo alla professione, ma alla vita di tutti i giorni» (cit.); in questo modo le Entrepreneurial Skills non sono un sinonimo delle Business Skills ma convogliano altre dimensioni che si rifanno (come si desume dalla citazione) alle General e Soft skills. Si tratta di appellarsi alla cultura e all’educazione, rivolte esse stesse ad una nuova figura di imprenditore, in un processo di Self-empowerment.

Come non riferirsi a tale proposito alla lungimirante persona che fu Adriano Olivetti?[1]

Come si vede, sono questioni di rilevanza fondamentale che mostrano, ancora una volta, come l’attività educativa rivolta alla crescita dei giovani e delle giovani sia polivalente e come essa richieda un atteggiamento e uno sguardo di ampi orizzonti, capace di coniugare la correttezza/competenza professionale e la comprensione umana e relazionale dell’operare.

Infine, per terminare, vorrei avanzare alcune considerazioni in merito a come si è affrontata (e si affronta) nel nostro Paese la lotta contro la diffusione della pandemia virale: si tratta di riflessioni che hanno a che fare con il nostro compito di educatori.

Sono state le competenze scientifiche degli esperti e le responsabilità etiche assunte dai numerosissimi operatori sanitari e volontari impegnati nel sociale che hanno permesso di superare la prima fase, delicatissima, della diffusione del virus. In tale contesto la tecnologia è stata preziosissima ma (come ho scritto nel precedente editoriale) sono state le persone che sono state capaci di  gestirla.

Noi tutti, infatti, assistiamo a due tempi di elaborazione.

Da un lato si fa riferimento alla scienza, la quale per sua natura è cauta, deve vagliare attentamente le proprie procedure e le conclusioni cui essa arriva (la sostenibilità), tenendo presente le numerose variabili che intervengono in un dato fenomeno (la complessità); dall’altro ci sono le esigenze economiche e sociali sempre più pressanti, che chiedevano nella prima fase di fare in fretta.

La buona politica ha cercato, e cerca, di mediare fra queste due modalità di tempistica, in un processo che ha posto in risalto il senso di responsabilità individuale e comunitario.

Ecco, vorrei dire che questo è il compito primario dell’educazione: sviluppare l’intelligenza in tutti i suoi aspetti, con umiltà, senza troppe esaltazioni, stando in continua ricerca, e permettere a ciascuno di fare le proprie scelte responsabili, in vista del bene comune.

Detto questo, non mi resta che augurare buon lavoro a tutti.

Roberto Albarea

 

[1] Cfr. Albarea, R. (2012), La nostalgia del futuro, Pisa, ETS, pp. 95-126.