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Numero 17 - Marzo 2021

Laudato si’, mi’ Signore,
per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi
con coloriti flori et herba
(San Francesco, Cantico delle creature)

Il 2021 della rivista “IUSVEducation” si apre con un numero speciale, che si aggiunge ai due consueti, in uscita a giugno e dicembre. È il segno del rinnovamento di tutto lo IUSVE, che nell’anno accademico corrente si presenta con nuovi Statuti e con un nuovo progetto culturale, la cui espressione più evidente è nell’articolazione triennale dal titolo “Ecologia integrale e nuovi stili di vita”. “IUSVEducation” ne sarà parte integrante, dando voce alla riflessione e alle iniziative in cui il progetto si declina, in continuità con lo spirito che l’ha animata negli anni precedenti e con una rinnovata spinta vitale. Ne sono manifestazione innanzitutto la direzione, la redazione e il comitato scientifico, rappresentativi di diversi settori disciplinari, in dialogo fra loro, secondo l’impostazione interdisciplinare data alla rivista fin dalla fondazione, il 2013, dall’allora direttore Roberto Albarea, che l’ha guidata con sapienza e saggezza fino al 2020. A lui va il mio e nostro ringraziamento per aver saputo dare forma e stabilità ad una proposta culturale che nel corso del tempo si è ritagliata uno spazio significativo e apprezzato da più parti.

Nuova è anche la veste grafica della rivista, dalla copertina alla impaginazione. In particolare si è deciso di dare forza espressiva e qualità estetica alle immagini. Per questo le pagine centrali sono occupate da un inserto di fotografie e di riproduzioni di opere d’arte, che hanno, esse stesse, il valore di un vero e proprio articolo: non hanno bisogno di parole se non di quelle che descrivono la provenienza e il breve profilo dell’autore, come dicono nel loro “foto-saggio” Milena Cordioli e Arianna Novaga, che hanno coadiuvato Michele Lunardi anche nell’ideazione della nuova veste grafica. Per questa scelta di fondo valgono le parole di Hermann Broch: «L’immagine è la benedizione e la dannazione della vita umana; solo in immagini essa può comprendere se medesima, e insopprimibili sono le immagini, esistono in noi fin dall’inizio dell’umano gregge, procedono e superano la forze del nostro pensiero, sono fuori del tempo, racchiudono in sé passato e futuro, sono un doppio ricordo del sogno, e sono più forti di noi» (La morte di Virgilio).

La nuova copertina intende dare immediata visibilità al progetto triennale “Ecologia integrale e nuovi stili di vita”, alla cui articolazione è completamente dedicato questo numero. Il suo motivo ispiratore è la lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, di grande attualità a cinque anni dalla sua pubblicazione per la gravissima crisi della nostra Terra Patria, accentuata dalla pandemia e dai suoi effetti. Chiaro è il suo messaggio:

L’educazione ambientale è andata allargando i suoi obiettivi. Se all’inizio era molto centrata sull’informazione scientifica e sulla presa di coscienza e prevenzione dei rischi ambientali, ora tende a includere una critica dei “miti” della modernità basati sulla ragione strumentale (individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole) e anche a recuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio. L’educazione ambientale dovrebbe disporci a fare quel salto verso il Mistero, da cui un’etica ecologica trae il suo senso più profondo. D’altra parte ci sono educatori capaci di reimpostare gli itinerari pedagogici di un’etica ecologica, in modo che aiutino effettivamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione (Papa Francesco, Laudato si’, 210).

Ne è derivata una riflessione ad ampio raggio, il cui punto di partenza è l’efficace descrizione dello stato del pianeta contenuta nella Prolusione al Dies Academicus dello IUSVE (20 febbraio 2021) di Michele Candotti, Capo Gabinetto e Direttore dello “United Nations Development Programme”, dal titolo Antropocene. Il potere di distruggere e il potere di riparare. Le sue conclusioni indicano una strada («Scegliere se usare la conoscenza come potere di riparare, o l’ignoranza come arma di distruzione»), il cui perno è la conoscenza.

Abbiamo quindi ritenuto importante definire i contorni epistemologici dell’ecologia integrale, assumendo come punto di riferimento la critica di Papa Francesco al paradigma tecnocratico dominante. «Tutto è connesso», sottolinea il Papa, di contro all’iper-specialismo antropocentrico della univoca razionalità tecnico-scientifica. In questa cornice si collocano i contributi sui caratteri della razionalità tecnocratica (Michele Marchetto), sulla transdisciplinarità (Lorenzo Biagi) e sulla complessità come fondamento dell’approccio ai temi dell’ecologia che, in quanto “integrale”, comprende tutte le dimensioni umane e sociali. Su questa linea siamo onorati di ospitare il saggio di Mauro Ceruti, La sfida di un destino comune nel tempo della complessità, uno dei maggiori protagonisti dell’elaborazione del pensiero complesso, che riprende la relazione tenuta allo IUSVE il 28 novembre 2020. Nel sostenere la necessità di una cultura planetaria e di un umanesimo planetario, egli esprime l’esigenza di «comprendere l’indivisibilità e nello stesso tempo la pluralità dell’umanità, e poi anche l’idea della indivisibilità della vita umana, da intendersi, allo stesso tempo, terrestre, biologica, psichica, sociale, culturale». Se le preoccupazioni ecologiche oggi costituiscono un discorso trasversale, non potranno che connettere, non separare, le inevitabili diversità dei punti di vista delle culture. L’umanità dovrà comprendersi come «una e molteplice, una perché molteplice, molteplice perché una»: un’utopia concreta e possibile, «l’orizzonte ineludibile di una nuova Paideía, la Paideía di un nuovo umanesimo planetario, capace di raccogliere la sfida di abitare la complessità, che è la sfida di un destino comune».

La riflessione epistemologica e il contributo di Ceruti hanno suscitato la discussione sia in occasione della sua relazione di novembre sia all’interno del Collegio dei Docenti IUSVE. Il risultato sono cinque sintesi e quattro contributi specifici. Quanto alle sintesi, raccolgono il dibattito intorno ai seguenti nuclei:

  • La complessità del pianeta: tra necessità e strategia (Davide Girardi): «A causa dell’egoismo – scrive il Papa – siamo venuti meno alla nostra responsabilità di custodi e amministratori della terra. L’abbiamo inquinata, l’abbiamo depredata, mettendo in pericolo la nostra stessa vita». Quali sono i comportamenti umani che in questo momento provocano “il grido della terra”?
  • Il rapporto mente-cervello nel paradigma della complessità (Marco Pitteri): la nostra mente è l’organo del corpo umano che durante il processo di ominizzazione si è distinto per il tasso di accrescimento e aumento di complessità maggiore rispetto agli altri.
  • Complessità e sfida educativa (Emanuele Balduzzi): la sfida educativa della complessità vede insieme docenti e studenti, perché non è solo una questione teorica ma esistenziale. Quale habitus condividere per abitare questo mondo e per “progettare” un nuovo futuro?
  • La complessità della comunicazione tecnologica (Matteo Adamoli): comunicare la complessità è la prima sfida; la seconda è imparare a muoversi nella complessità della comunicazione; la terza è una sfida politica: quale cittadino per una comunicazione che sembra “complicare” la partecipazione alla vita comune?
  • Complessità e potere (Lino Rossi): «Il potere può assumere, e ha assunto nel corso della storia, le forme più diverse. Cosa ci viene in mente quando pensiamo al potere? Pensiamo al capo di stato, al sindaco della nostra città? Al poliziotto che alza il manganello per mantenere l’ordine pubblico? Certo, può essere tutte queste cose. Ma nella società complessa e smaterializzata di oggi il potere si insinua nelle nostre vite in modi molto più sottili. E allora è più che mai necessario tornare a riflettere sulle radici del problema e domandarsi: che cos’è e come si esercita il potere?» (N. Luhmann).

Il saggio di Daniele Callini completa la discussione proponendosi di avviare una riflessione critica sui temi della complessità, sui suoi oggetti e sulle modalità di analisi ad essa conformi, cercando di coniugare e integrare la lettura epistemologica con quella pragmatica.

Lo scenario in cui si colloca l’epistemologia della Laudato si’ comprende anche i tentativi di trarne delle conseguenze relative al mondo dell’educazione, a quello delle professioni e alla cura della dimensione abitativa, architettonica e sociale. Conversione antropologica, riscoperta del legame costitutivo di fraternità, auto-trascendenza personale sono i temi che innervano la sfida che la Laudato si’ muove all’educazione (Emanuele Balduzzi). Ripensare alla professione riflettendo con paradigmi diversi e utilizzando un approccio ecologico richiede il pensiero complesso, l’adozione di una prospettiva evolutiva e l’accettazione dei limiti della conoscenza umana, che fanno della professione non solo un patrimonio collettivo, ma anche una forma di gratitudine per l’ecosistema (Ferruccio Cavallin). Infine, la Laudato si’, nella misura in cui si rivolge «a tutti gli uomini», richiamandoli ad un impegno vero e urgente nei confronti della “casa comune”, incrocia esperienze e pensieri che costituiscono il patrimonio della filosofia, dell’antropologia, degli studi sociali, dell’architettura, ambiti in cui la cura del mondo passa dall’incontro con l’altro (Federica Negri).

In questi termini il numero speciale di “IUSVEducation” intende contribuire alla riflessione sui temi dell’ecologia integrale, sollecitando anche nuovi stili di vita:

Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione (Papa Francesco, Laudato si’, 215).

Numero 16 - Dicembre 2020

Con questo numero termina la mia collaborazione a IUSVEducation, in quanto direttore scientifico della rivista.

Gli articoli qui presentati sono, a mio parere, rilevanti e di diversa provenienza, così da testimoniare la tensione e il rispetto (e mi si perdoni l’inserzione personale) che mi hanno accompagnato in questi otto anni di lavoro. Si è cercato di non escludere aprioristicamente alcun autore, al di là del ruolo ricoperto: potevano essere docenti o affermati ricercatori, neolaureati o collaboratori esterni, confidando nelle risorse dell’intelligenza personale di ciascuno.

Sono stato aiutato da molte persone, sia dai membri del comitato di redazione sia da collaboratori capaci, perché su di essi ho fatto affidamento. Lo ripeto: ho fatto riferimento principalmente alle persone.

A tutti loro va il mio ringraziamento sincero.

Per quanto riguarda il presente numero, si vedrà che alcuni scriventi sono gli stessi che hanno fornito contributi apparsi nei due numeri precedenti (Michele Marchetto e collaboratori, di cui abbiamo apprezzato l’impegno nel contributo del n. 16; Enrico Orsenigo e Marco Marcato), altri autori sono collaboratori non nuovi nel contesto della rivista (Marcella Bounus e Cristiano Chiusso).

Questo per testimoniare la continuità nei percorsi di riflessione e di ricerca che ciascuno ha intrapreso. A tali affezionati collaboratori si aggiunge in questo numero Vincenza Festa, la quale  presenta uno studio sulla dispersione scolastica in una zona del Napoletano complessa e frastagliata; d’altra parte la Festa lavora da anni presso il Cantiere Giovani, una ONG di Frattamaggiore che favorisce e diffonde azioni di volontariato, si occupa di politiche giovanili, di inclusione sociale e di promozione culturale, per cui il lavoro, frutto della sua tesi magistrale, si presenta come una ricerca sul campo, documentata sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista della propria esperienza personale.    

Gli articoli spaziano da alcune riflessioni propriamente filosofico-educative (Marchetto e coll ) ad attente esplorazioni su casi specifici (Bounous e Marcato), dall’importanza del pensiero critico e divergente (Orsenigo) a interessanti indicazioni relative ad una rinnovata configurazione del ‘fare impresa’ (Chiusso) sino alla ricerca testimoniata sul campo della citata Vincenza festa.

 Il contributo di Luca Cremasco, Francesco Manfré e Denis Rossi, coordinato da Michele Marchetto, dal titolo Letture jaspersiane: Psicologia delle visioni del mondo, è l’esito di un laboratorio condotto con gli studenti del corso di laurea di Psicologia dello Iusve nell’a.a. 2019-2020. Il suo intento è di introdurre alla lettura dell’opera dello psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers, Psychologie der Weltanschauungen, con l’attenzione a riflettere sia sullo statuto epistemologico della psicologia in relazione alla filosofia, sia sulle implicazioni esistenziali della pratica psicologica. In ciò l’articolo, che non vuole nè può essere esaustivo, si distingue per gli strumenti ermeneutici che offre al lettore interessato alla tematica.

Marco  Marcato sviluppa una analisi dell’Hikikomori, come manifestazione socio-psicologica e patologica, per spaziare oltre, attraverso un percorso intrecciato di riferimenti interessanti e stimolanti, fra i quali emerge l’esperienza del Monte Verità, che diede vita anche agli incontri multidisciplinari di Eranos, descritti ed analizzati dall’autore.

Da parte sua Marcella Bounous offre in questo numero uno stimolante studio sperimentale che ha come focus l’autoregolazione corporea nella pratica sportiva, la quale include le dimensioni educative della consapevolezza, della disponibilità e della interpretazione di sé; dice l’Autrice: «Il nucleo portante di queste pratiche di accettazione è quello di sviluppare una capacità contemplativa rispetto ai propri stati interni: osservare, accettare senza modificare».

L’articolo di Enrico Orsenigo porta a pensare e a riflettere intorno al lavoro dell’intelligenza critica e al ruolo della resistenza (o della resilienza), facendo emergere la dimensione dell'interrogativo (piuttosto che le facili risposte) rispetto alle problematiche emerse agli inizi di questo terzo decennio del XXI secolo.

Il contributo di Cristiano Chiusso risulta essere un puntuale excursus sulle competenze imprenditoriali oggi necessarie: sottolineando come l’imprenditorialità sia intesa soprattutto: «come l’abilità dell’individuo di trasformare le idee in azioni; comprende competenze trasversali quali la creatività, l’innovazione e l’assunzione di rischi, la pianificazione e la progettazione per raggiungere degli obiettivi; essa non serve solo alla professione, ma alla vita di tutti i giorni» (cit.); in questo modo le Entrepreneurial Skills non sono un sinonimo delle Business Skills ma convogliano altre dimensioni che si rifanno (come si desume dalla citazione) alle General e Soft skills. Si tratta di appellarsi alla cultura e all’educazione, rivolte esse stesse ad una nuova figura di imprenditore, in un processo di Self-empowerment.

Come non riferirsi a tale proposito alla lungimirante persona che fu Adriano Olivetti?[1]

Come si vede, sono questioni di rilevanza fondamentale che mostrano, ancora una volta, come l’attività educativa rivolta alla crescita dei giovani e delle giovani sia polivalente e come essa richieda un atteggiamento e uno sguardo di ampi orizzonti, capace di coniugare la correttezza/competenza professionale e la comprensione umana e relazionale dell’operare.

Infine, per terminare, vorrei avanzare alcune considerazioni in merito a come si è affrontata (e si affronta) nel nostro Paese la lotta contro la diffusione della pandemia virale: si tratta di riflessioni che hanno a che fare con il nostro compito di educatori.

Sono state le competenze scientifiche degli esperti e le responsabilità etiche assunte dai numerosissimi operatori sanitari e volontari impegnati nel sociale che hanno permesso di superare la prima fase, delicatissima, della diffusione del virus. In tale contesto la tecnologia è stata preziosissima ma (come ho scritto nel precedente editoriale) sono state le persone che sono state capaci di  gestirla.

Noi tutti, infatti, assistiamo a due tempi di elaborazione.

Da un lato si fa riferimento alla scienza, la quale per sua natura è cauta, deve vagliare attentamente le proprie procedure e le conclusioni cui essa arriva (la sostenibilità), tenendo presente le numerose variabili che intervengono in un dato fenomeno (la complessità); dall’altro ci sono le esigenze economiche e sociali sempre più pressanti, che chiedevano nella prima fase di fare in fretta.

La buona politica ha cercato, e cerca, di mediare fra queste due modalità di tempistica, in un processo che ha posto in risalto il senso di responsabilità individuale e comunitario.

Ecco, vorrei dire che questo è il compito primario dell’educazione: sviluppare l’intelligenza in tutti i suoi aspetti, con umiltà, senza troppe esaltazioni, stando in continua ricerca, e permettere a ciascuno di fare le proprie scelte responsabili, in vista del bene comune.

Detto questo, non mi resta che augurare buon lavoro a tutti.

Roberto Albarea

 

[1] Cfr. Albarea, R. (2012), La nostalgia del futuro, Pisa, ETS, pp. 95-126.

Numero 15 - Giugno 2020

Questo numero si esprime con un varietà di direzioni di ricerca. Non a caso il sottotitolo della rivista riguarda l’interdisciplinarità presente nelle scienze dell’educazione. Si sa che la pedagogia è una scienza plurima ed essa ‘corrisponde’ al suo oggetto: l’educazione, intesa come evento sociale, complesso e multiforme, per questo la pedagogia attinge a contributi e prospettive da altre scienze. L’interdisciplinarità che si evidenzia in questo numero è di due specie. La prima riguarda il fatto che tutti i contributi sono come in dialogo tra loro, pur con le loro specificità, in modo che il lettore possa crearsi una trama di corrispondenze, riferimenti e richiami di tipo dinamico: trama che si manifesta per la sua complessità, da crearsi e ricrearsi.
Ramon Panikkar, ne Lo spirito della parola, introduce l’idea del dialogo dialogante che egli applica al rapporto tra persone e culture ma che può far riferimento anche all’incontro tra discipline (lungo quanto si è detto poc’anzi), in quanto il significato di un pensiero, di un concetto, di una parola non risiede solo esclusivamente nella nostra tradizione ma viene portato avanti nell’incontro dialogico stesso. Si tratta di non rimanere ancorati a significati inflessibili, stabiliti una volta per tutte, per aprirsi ad una dimensione condivisa. Il dialogo dialogante, afferma Panikkar non si limita ad allertare la nostra umanità, ma la trasforma.
La seconda specie di interdisciplinarità è insita in ciascun contributo; c’è un taglio prevalente che può essere didattico (come nell’esposizione di Grzadziel,) o psicologico (come nel caso dello scritto di Marco Zuin) o socio-educativo (come nel pezzo sui giovani di Simone Stocco) o etico-pedagogico (come nell’articolo di Adamoli) senza trascurare apporti, spiegazioni e punti di riferimento provenienti da altre discipline. Il lettore si accorgerà di un fatto importante per la propria formazione: ciò che apprende dalla lettura e dalla riflessione su di un contributo gli sarà di aiuto per comprendere anche il senso degli altri, in un processo di continuo ripensamento (è così che funziona la trasversalità formativa), così che le chiavi interpretative elaborate possano essere avvicinate o applicate in senso letterale e/o metaforico (fonte di stimoli e intuizioni), rispettando sempre il cosiddetto livello soglia. È questa la formazione, come dice Gadamer, a cui si può riferire l’attuale dimensione della competenza che è debitrice delle virtù elencate da Seneca.
Facendo un breve riassunto dei contributi qui presentati, si inizia con Grzadziel che espone una sua interessante sperimentazione di uso dell’e-portfolio nella didattica universitaria, riflettendo su alcune domande chiave in merito all’esperienza condotta. Sempre in linea con questo filone tematico si distingue l’articolo di Matteo Adamoli il quale propone una interpretazione della Media Education come mediazione etica ed intelligente, fondante la relazione educativa, per approcciarsi al digitale in forme consapevoli, mentre l’analisi ed acuta riflessione di Simone Stocco e Salvatore Capodieci fa luce sulla generazione Z. L’intento degli autori è ben esplicitato sia nell’introduzione che nella metodologia di ricerca: «Uscire incontro ai giovani per studiare l’adolescenza non a partire dai testi, ma in ascolto delle testimonianze di persone concrete, ciascuno con la propria storia da raccontare». La ricerca si è configurata così come ricerca-azione con implicazioni socioeducative importanti. Da parte loro, Anna Comacchio e Mario Bolzan, riportando i risultati di un progetto di ricerca a più mani, fanno luce su come l’analisi funzionale possa promuovere il benessere della persona, da molteplici punti di vista, incidendo così sulla prassi psicologica e psicoterapeutica.
In tale contesto non è da trascurare il ruolo che possono svolgere le diverse valenze dell’intelligenza: il lavoro compiuto da Marco Zuin, in collaborazione con i tirocinanti neolaureati dell’Istituto, ha come oggetto di studio le modalità con cui si esprime e funziona l’intelligenza emotiva.
Anna Chiara Pignaffo, dell’équipe di Gino Soldera, riprendendo una attività che ha dato nel tempo i suoi frutti, si focalizza sulla prima ora vissuta dal bambino nell’ambiente extrauterino (la Golden Hour neonatale), mostrando come questo impatto verso una nuova fase vitale sia importante per il consolidarsi di legami significativi nel contesto dinamico della triade parentale.
Sempre a proposito della interdisciplinarità e della dimensione trasversale, Carolina Scaglioso fa una interessante disamina sul processo di interconnessione (cognitiva e non) nell’ambito della pratica musicale, giungendo a proporre l’ipotesi di un «bilinguismo musicale».
Da ultimo, ma last but not least, una interessante esperienza portata avanti da alcuni studenti dello IUSVE, studenti particolarmente dotati, all’interno di una cornice denominata Caffé letterario. Enrico Orsenigo e Marco Marcato riportano tematiche e questioni (domande, interrogazioni, ricerca) sorte all’interno di questo gruppo autogestito, il quale testimonia, ancora una volta, come l’approccio interdisciplinare sia fecondo.

Che dire, allo stato attuale delle cose? Si potrebbe arguire che la vera tecnologia non risiede solo in quella che fornisce strumenti e che ampia le facoltà e i poteri dell’uomo (come affermava il Bruner cognitivista, anteriore ai suoi studi sulla psicologia culturale), quanto si evidenzi primariamente nella cosiddetta tecnologia del sé (riprendendo Foucault). Un tipo di tecnologia rivolta agli altri, si aggiunge, sulla scia di quanto afferma Papa Francesco a proposito del discernimento ignaziano, che poi si traduce nella vexata quaestio (già esposta nelle Lettere a Lucilio di Lucio Anneo Seneca): «Siamo capaci di saper condurre bene le nostre vite?». Insomma, tutte le altre forme di tecnologia sono importanti ma … vengono dopo. Gli articoli di questo numero ce ne danno una prova e ulteriori stimoli.