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Numero 16 - Dicembre 2020

Con questo numero termina la mia collaborazione a IUSVEducation, in quanto direttore scientifico della rivista.

Gli articoli qui presentati sono, a mio parere, rilevanti e di diversa provenienza, così da testimoniare la tensione e il rispetto (e mi si perdoni l’inserzione personale) che mi hanno accompagnato in questi otto anni di lavoro. Si è cercato di non escludere aprioristicamente alcun autore, al di là del ruolo ricoperto: potevano essere docenti o affermati ricercatori, neolaureati o collaboratori esterni, confidando nelle risorse dell’intelligenza personale di ciascuno.

Sono stato aiutato da molte persone, sia dai membri del comitato di redazione sia da collaboratori capaci, perché su di essi ho fatto affidamento. Lo ripeto: ho fatto riferimento principalmente alle persone.

A tutti loro va il mio ringraziamento sincero.

Per quanto riguarda il presente numero, si vedrà che alcuni scriventi sono gli stessi che hanno fornito contributi apparsi nei due numeri precedenti (Michele Marchetto e collaboratori, di cui abbiamo apprezzato l’impegno nel contributo del n. 16; Enrico Orsenigo e Marco Marcato), altri autori sono collaboratori non nuovi nel contesto della rivista (Marcella Bounus e Cristiano Chiusso).

Questo per testimoniare la continuità nei percorsi di riflessione e di ricerca che ciascuno ha intrapreso. A tali affezionati collaboratori si aggiunge in questo numero Vincenza Festa, la quale  presenta uno studio sulla dispersione scolastica in una zona del Napoletano complessa e frastagliata; d’altra parte la Festa lavora da anni presso il Cantiere Giovani, una ONG di Frattamaggiore che favorisce e diffonde azioni di volontariato, si occupa di politiche giovanili, di inclusione sociale e di promozione culturale, per cui il lavoro, frutto della sua tesi magistrale, si presenta come una ricerca sul campo, documentata sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista della propria esperienza personale.    

Gli articoli spaziano da alcune riflessioni propriamente filosofico-educative (Marchetto e coll ) ad attente esplorazioni su casi specifici (Bounous e Marcato), dall’importanza del pensiero critico e divergente (Orsenigo) a interessanti indicazioni relative ad una rinnovata configurazione del ‘fare impresa’ (Chiusso) sino alla ricerca testimoniata sul campo della citata Vincenza festa.

 Il contributo di Luca Cremasco, Francesco Manfré e Denis Rossi, coordinato da Michele Marchetto, dal titolo Letture jaspersiane: Psicologia delle visioni del mondo, è l’esito di un laboratorio condotto con gli studenti del corso di laurea di Psicologia dello Iusve nell’a.a. 2019-2020. Il suo intento è di introdurre alla lettura dell’opera dello psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers, Psychologie der Weltanschauungen, con l’attenzione a riflettere sia sullo statuto epistemologico della psicologia in relazione alla filosofia, sia sulle implicazioni esistenziali della pratica psicologica. In ciò l’articolo, che non vuole nè può essere esaustivo, si distingue per gli strumenti ermeneutici che offre al lettore interessato alla tematica.

Marco  Marcato sviluppa una analisi dell’Hikikomori, come manifestazione socio-psicologica e patologica, per spaziare oltre, attraverso un percorso intrecciato di riferimenti interessanti e stimolanti, fra i quali emerge l’esperienza del Monte Verità, che diede vita anche agli incontri multidisciplinari di Eranos, descritti ed analizzati dall’autore.

Da parte sua Marcella Bounous offre in questo numero uno stimolante studio sperimentale che ha come focus l’autoregolazione corporea nella pratica sportiva, la quale include le dimensioni educative della consapevolezza, della disponibilità e della interpretazione di sé; dice l’Autrice: «Il nucleo portante di queste pratiche di accettazione è quello di sviluppare una capacità contemplativa rispetto ai propri stati interni: osservare, accettare senza modificare».

L’articolo di Enrico Orsenigo porta a pensare e a riflettere intorno al lavoro dell’intelligenza critica e al ruolo della resistenza (o della resilienza), facendo emergere la dimensione dell'interrogativo (piuttosto che le facili risposte) rispetto alle problematiche emerse agli inizi di questo terzo decennio del XXI secolo.

Il contributo di Cristiano Chiusso risulta essere un puntuale excursus sulle competenze imprenditoriali oggi necessarie: sottolineando come l’imprenditorialità sia intesa soprattutto: «come l’abilità dell’individuo di trasformare le idee in azioni; comprende competenze trasversali quali la creatività, l’innovazione e l’assunzione di rischi, la pianificazione e la progettazione per raggiungere degli obiettivi; essa non serve solo alla professione, ma alla vita di tutti i giorni» (cit.); in questo modo le Entrepreneurial Skills non sono un sinonimo delle Business Skills ma convogliano altre dimensioni che si rifanno (come si desume dalla citazione) alle General e Soft skills. Si tratta di appellarsi alla cultura e all’educazione, rivolte esse stesse ad una nuova figura di imprenditore, in un processo di Self-empowerment.

Come non riferirsi a tale proposito alla lungimirante persona che fu Adriano Olivetti?[1]

Come si vede, sono questioni di rilevanza fondamentale che mostrano, ancora una volta, come l’attività educativa rivolta alla crescita dei giovani e delle giovani sia polivalente e come essa richieda un atteggiamento e uno sguardo di ampi orizzonti, capace di coniugare la correttezza/competenza professionale e la comprensione umana e relazionale dell’operare.

Infine, per terminare, vorrei avanzare alcune considerazioni in merito a come si è affrontata (e si affronta) nel nostro Paese la lotta contro la diffusione della pandemia virale: si tratta di riflessioni che hanno a che fare con il nostro compito di educatori.

Sono state le competenze scientifiche degli esperti e le responsabilità etiche assunte dai numerosissimi operatori sanitari e volontari impegnati nel sociale che hanno permesso di superare la prima fase, delicatissima, della diffusione del virus. In tale contesto la tecnologia è stata preziosissima ma (come ho scritto nel precedente editoriale) sono state le persone che sono state capaci di  gestirla.

Noi tutti, infatti, assistiamo a due tempi di elaborazione.

Da un lato si fa riferimento alla scienza, la quale per sua natura è cauta, deve vagliare attentamente le proprie procedure e le conclusioni cui essa arriva (la sostenibilità), tenendo presente le numerose variabili che intervengono in un dato fenomeno (la complessità); dall’altro ci sono le esigenze economiche e sociali sempre più pressanti, che chiedevano nella prima fase di fare in fretta.

La buona politica ha cercato, e cerca, di mediare fra queste due modalità di tempistica, in un processo che ha posto in risalto il senso di responsabilità individuale e comunitario.

Ecco, vorrei dire che questo è il compito primario dell’educazione: sviluppare l’intelligenza in tutti i suoi aspetti, con umiltà, senza troppe esaltazioni, stando in continua ricerca, e permettere a ciascuno di fare le proprie scelte responsabili, in vista del bene comune.

Detto questo, non mi resta che augurare buon lavoro a tutti.

Roberto Albarea

 

[1] Cfr. Albarea, R. (2012), La nostalgia del futuro, Pisa, ETS, pp. 95-126.

Numero 15 - Giugno 2020

Questo numero si esprime con un varietà di direzioni di ricerca. Non a caso il sottotitolo della rivista riguarda l’interdisciplinarità presente nelle scienze dell’educazione. Si sa che la pedagogia è una scienza plurima ed essa ‘corrisponde’ al suo oggetto: l’educazione, intesa come evento sociale, complesso e multiforme, per questo la pedagogia attinge a contributi e prospettive da altre scienze. L’interdisciplinarità che si evidenzia in questo numero è di due specie. La prima riguarda il fatto che tutti i contributi sono come in dialogo tra loro, pur con le loro specificità, in modo che il lettore possa crearsi una trama di corrispondenze, riferimenti e richiami di tipo dinamico: trama che si manifesta per la sua complessità, da crearsi e ricrearsi.
Ramon Panikkar, ne Lo spirito della parola, introduce l’idea del dialogo dialogante che egli applica al rapporto tra persone e culture ma che può far riferimento anche all’incontro tra discipline (lungo quanto si è detto poc’anzi), in quanto il significato di un pensiero, di un concetto, di una parola non risiede solo esclusivamente nella nostra tradizione ma viene portato avanti nell’incontro dialogico stesso. Si tratta di non rimanere ancorati a significati inflessibili, stabiliti una volta per tutte, per aprirsi ad una dimensione condivisa. Il dialogo dialogante, afferma Panikkar non si limita ad allertare la nostra umanità, ma la trasforma.
La seconda specie di interdisciplinarità è insita in ciascun contributo; c’è un taglio prevalente che può essere didattico (come nell’esposizione di Grzadziel,) o psicologico (come nel caso dello scritto di Marco Zuin) o socio-educativo (come nel pezzo sui giovani di Simone Stocco) o etico-pedagogico (come nell’articolo di Adamoli) senza trascurare apporti, spiegazioni e punti di riferimento provenienti da altre discipline. Il lettore si accorgerà di un fatto importante per la propria formazione: ciò che apprende dalla lettura e dalla riflessione su di un contributo gli sarà di aiuto per comprendere anche il senso degli altri, in un processo di continuo ripensamento (è così che funziona la trasversalità formativa), così che le chiavi interpretative elaborate possano essere avvicinate o applicate in senso letterale e/o metaforico (fonte di stimoli e intuizioni), rispettando sempre il cosiddetto livello soglia. È questa la formazione, come dice Gadamer, a cui si può riferire l’attuale dimensione della competenza che è debitrice delle virtù elencate da Seneca.
Facendo un breve riassunto dei contributi qui presentati, si inizia con Grzadziel che espone una sua interessante sperimentazione di uso dell’e-portfolio nella didattica universitaria, riflettendo su alcune domande chiave in merito all’esperienza condotta. Sempre in linea con questo filone tematico si distingue l’articolo di Matteo Adamoli il quale propone una interpretazione della Media Education come mediazione etica ed intelligente, fondante la relazione educativa, per approcciarsi al digitale in forme consapevoli, mentre l’analisi ed acuta riflessione di Simone Stocco e Salvatore Capodieci fa luce sulla generazione Z. L’intento degli autori è ben esplicitato sia nell’introduzione che nella metodologia di ricerca: «Uscire incontro ai giovani per studiare l’adolescenza non a partire dai testi, ma in ascolto delle testimonianze di persone concrete, ciascuno con la propria storia da raccontare». La ricerca si è configurata così come ricerca-azione con implicazioni socioeducative importanti. Da parte loro, Anna Comacchio e Mario Bolzan, riportando i risultati di un progetto di ricerca a più mani, fanno luce su come l’analisi funzionale possa promuovere il benessere della persona, da molteplici punti di vista, incidendo così sulla prassi psicologica e psicoterapeutica.
In tale contesto non è da trascurare il ruolo che possono svolgere le diverse valenze dell’intelligenza: il lavoro compiuto da Marco Zuin, in collaborazione con i tirocinanti neolaureati dell’Istituto, ha come oggetto di studio le modalità con cui si esprime e funziona l’intelligenza emotiva.
Anna Chiara Pignaffo, dell’équipe di Gino Soldera, riprendendo una attività che ha dato nel tempo i suoi frutti, si focalizza sulla prima ora vissuta dal bambino nell’ambiente extrauterino (la Golden Hour neonatale), mostrando come questo impatto verso una nuova fase vitale sia importante per il consolidarsi di legami significativi nel contesto dinamico della triade parentale.
Sempre a proposito della interdisciplinarità e della dimensione trasversale, Carolina Scaglioso fa una interessante disamina sul processo di interconnessione (cognitiva e non) nell’ambito della pratica musicale, giungendo a proporre l’ipotesi di un «bilinguismo musicale».
Da ultimo, ma last but not least, una interessante esperienza portata avanti da alcuni studenti dello IUSVE, studenti particolarmente dotati, all’interno di una cornice denominata Caffé letterario. Enrico Orsenigo e Marco Marcato riportano tematiche e questioni (domande, interrogazioni, ricerca) sorte all’interno di questo gruppo autogestito, il quale testimonia, ancora una volta, come l’approccio interdisciplinare sia fecondo.

Che dire, allo stato attuale delle cose? Si potrebbe arguire che la vera tecnologia non risiede solo in quella che fornisce strumenti e che ampia le facoltà e i poteri dell’uomo (come affermava il Bruner cognitivista, anteriore ai suoi studi sulla psicologia culturale), quanto si evidenzi primariamente nella cosiddetta tecnologia del sé (riprendendo Foucault). Un tipo di tecnologia rivolta agli altri, si aggiunge, sulla scia di quanto afferma Papa Francesco a proposito del discernimento ignaziano, che poi si traduce nella vexata quaestio (già esposta nelle Lettere a Lucilio di Lucio Anneo Seneca): «Siamo capaci di saper condurre bene le nostre vite?». Insomma, tutte le altre forme di tecnologia sono importanti ma … vengono dopo. Gli articoli di questo numero ce ne danno una prova e ulteriori stimoli.

Numero 14 - Dicembre 2019

Questo numero si apre con l’articolo scritto da Roberto Albarea ed Enrico Orsenigo (Iusve), il quale riprende alcune suggestions di un importante convegno internazionale che si è tenuto il 6-7-8.giugno 2019, a Cagliari, dal titolo Education and Post-Democracy, convegno cui hanno partecipato alcuni docenti e ricercatori dello Iusve.

Il saggio riprende alcune tesi di Colin Crouch affiancandole ad altre riflessioni (democrazia, post-democrazia, populismo e tecno-populismo, eventuali risposte dell’educazione) le quali testimoniano come il tema sia caratterizzato da una notevole complessità, tale da investire in modo decisivo i modi di vivere e di ‘stare’ nella contemporaneità.

Il contributo dal titolo: Skills e Capabilities: verso una formazione integrata, autore Cristiano Chiusso (Ph.D. in Education e docente Iusve), fa il punto sui livelli della formazione e sottolinea la generatività dell’approccio integrato, affermando come «L’incrocio tra la classica didattica alle competenze e una nuova didattica alle capacitazioni permetterebbe l’incontro tra capitale umano e sviluppo umano, la crescita del soggetto come professionista e allo stesso tempo come persona».

Una fondamentale (e tradizionale) quaestio che ha segnato il percorso dell’educazione, almeno a partire dalla Modernità.

Alicia Sianes Bautista, pedagogista e Dottore di ricerca in Educazione Comparata e Storia dell’educazione presso la UNED di Madrid, nel suo elaborato articolo: Il problema della pedagogía in Spagna e il suo ruolo come disciplina accademica nell’università, espone un interessante excursus in merito alla collocazione della disciplina pedagogica nel contesto spagnolo. Ne emergono alcuni fattori: come la pedagogia in Spagna sia stata influenzata, in parte, da altri modelli europei, come quello tedesco o quello  francese; il suo rapporto con le altre scienze umane, l’esigenza di conciliare in maniera intelligente (e il contributo della dott.ssa Sianes ne fa testo) l’assetto epistemologico, gli aspetti riguardanti la riflessione teorica e le ricadute sul piano dell’azione, senza trascurare il decisivo elemento che investe la professionalità docente e la sua formazione.

Tale rassegna si conclude con il contributo di Michele Marchetto (Iusve), in collaborazione con i neo-laureati dell'Istituto: Luca Cremasco, Francesco Manfré, Denis Rossi ed Emma Sorarù, dal titolo Alle cose stesse. Conoscere la fenomenologia come fondamento della psicologia. Tale contributo infatti si distingue per la sua articolazione: da un lato, vengono riformulati alcuni punti fondanti della fenomenologia husserliana; dall'altro, sono presenti riflessioni,  commenti e suggestioni attinenti la tematica affrontata. La tematica riguarda un interrogativo fondamentale in merito allo statuto epistemologico della psicologia in relazione alla filosofia. In effetti, l'idea è quella di mantenere una tensione tra le due visioni disciplinari, in modo che tale rapporto costituisca un nodo centrale per la professionalità dello psicologo.